ASPRO
STUDIO

a cura di Sarah Amari

realizzazione sito di Ivan Valvassori

L’intervallo di lavoro che si è aperto con la Candidatura ufficiale di Venezia con il Nordest a Capitale Europea della Cultura 2019 offre notevoli spunti di riflessione anche per i temi del Paesaggio, oggi più che mai in movimento per la sensibilità aumentata ed anche perché, va detto a chiare lettere, va condotta a termine la fase di lutto in cui abbiamo preso atto della perdita di un paesaggio (primario, rurale, ritmato dalle sequenze di campi e campanili in lontananza) e ne va promossa una nuova in cui porci tutti alla ricerca di un nuovo paesaggio, pena il caos delle comunità.
Ma quale nuovo paesaggio? Quale ad esempio in un territorio come quello trevigiano che eredita un patrimonio di memorie, fisiche e letterarie, tra le più conservate ma a tratti sclerotizzate da ricostruzioni identitarie strumentali? Tutti abbiamo visto palii medievali in paesi che non l’avevano mai avuto, riproposizioni di decori architettonici con materiali artificiali, alterazioni di profili collinari per sostituire la posa delle viti a tagliapoggio con il ritocchino, e quindi credo sia giunto il momento di consegnare alla Storia il “paesaggio come bel paesaggio”, proprio per tutelarne al meglio la sua conservazione; ne va estesa la sua definizione, pulendola da fraintendimenti (anche chi se ne occupa non distingue più il termine da territorio e ambiente) e consegnandola nelle mani della Comunità, che la Convenzione Europea del Paesaggio chiama al centro della scena al fine di attivare processi di tutela, gestione e valorizzazione dei propri paesaggi. Appunto, i propri paesaggi, frutto di tutte le sedimentazioni possibili, azioni, economie, culture, politiche, non certo solo della propria capacità di rappresentazione estetica.
Il Trevigiano ad esempio ospita oggi una “città non città” (Zagari, 2011), né urbana né rurale, in cui il nuovo paesaggio può nascere da un punto di vista laterale, non quello delle strade ma più probabilmente quello dell’acqua, che è stato elemento generatore del territorio in molte fasi della sua Storia e oggi torna prepotentemente ad assumere un ruolo con la sua dorsale, il Piave, con i fiume Sile e Livenza, uniti al sistema capillare di canali, rogge, prese e derivazioni. Oppure quello dei capannoni, i principali imputati al processo per morte del paesaggio dei nostri nonni. La loro presenza ovunque, un “capannone per campanile” (Fontanari), deve obbligarci a partire da li, e bene hanno fatto Fondazione Francesco Fabbri e Festival delle Città Impresa a promuovere di recente un workshop di studio dal titolo “Capannone senza padrone” con dodici università italiane, dodici amministrazioni comunali, Unindustria Treviso ed altri partner al fine di dare soluzione a questi mal di pancia urbani. La pace, del resto, si fa con il nemico.
Consente poi di guardare con ottimismo ai prossimi anni (a quelli che ci separano dalla consegna del Dossier di candidatura nel 2013 e agli eventuali successivi fino al 2019) il combinato disposto di tre Fondazioni impegnate sui temi del Paesaggio in Provincia di Treviso. La Fondazione Mazzotti, nata al merito dello studioso Bepi Mazzotti, è tesa a proseguirne con passione le ricerche sui patrimoni culturali e paesaggistici del territorio. La Fondazione Benetton, cui va il riconoscimento di aver affermato su scala internazionale i principi di denuncia e tutela del Paesaggio, ma anche di aver accesso la conoscenza di luoghi e comunità speciali con il Premio Carlo Scarpa. E infine la Fondazione Francesco Fabbri, orientata ad affermare il deciso salto al Contemporaneo del Paesaggio, visto come “bene comune”, buona pratica, definitiva affermazione dello stato culturale di una Comunità.
Appunto la Cultura, non quella del tempo libero ma quell’ultimo grande “manipolatore di senso” (Farinelli, 2011) che ci attende alla scadenza del 2019.

Osservando le dinamiche di territorio mi verrebbe da dire il contrario di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Credo infatti che oggi possiamo determinare una nuova stagione di accelerazione e trasformare tutti quei patrimoni immobiliari che a causa della crisi hanno perso il proprio valore, e che in realtà già nascevano tossici dentro una bolla immobiliare generata da leggi nazionali (si pensi alla Legge Tremonti finalizzata a favorire il rapido realizzo di capannoni), accordi da Far West tra singolo sindaco e singolo investitore, …
Questo fenomeno è esploso soprattutto a Nordest e rappresenta una larga fetta del mio personale percorso di ricerca, che svolgo partecipando al dibattito nei convegni o aderendo a vari comitati scientifici (Fondazione Francesco Fabbri, Osservatorio Sperimentale per il Paesaggio dell’Alta Marca Trevigiana, Festival delle Città Impresa, …). Questa è terra che già aveva assorbito una forte fetta di pressione edilizia del totale nazionale ed ora si trova ancora più esposta rispetto ad altri territori. Ma nel frattempo ha perso non solo valore, ma soprattutto il senso del proprio produrre, perché è ormai altrove che si fanno i numeri. Deve quindi re-inventarsi.
Come? Un modo può certamente essere quello rappresentato dalla candidatura di Venezia e Nordest a Capitale Europea della Cultura 2019, i cui obiettivi vanno ben oltre l’organizzazione di un calendario di eventi. Il tema scelto infatti, il rapporto tra economia e cultura, intende elaborare un percorso di azioni che restituiscano una nuova immagine di Nordest, in grado di rappresentare meglio il giacimento di creatività e cultura che esso è, ben diverso dai vari stereotipi utilizzati in questi anni.
Gli assi su cui sta prendendo forma la candidatura sono molti ed io mi concentro soprattutto su quello finalizzato a costruire un programma di Paesaggio per la candidatura stessa.
Come sappiamo il paesaggio non è più, o non solo, il bel paesaggio, ma piuttosto l’atto di trasformazione che una data comunità decide di fare con consapevolezza nel proprio territorio. E messa in questi termini la partita si fa lunga, perché il tipo di approccio consolidato in questi anni è ben diverso.
Fare paesaggio significa far emergere dall’oblio anche i paesaggi culturali di cui il Nordest è fiorente. Per questo abbiamo promosso di recente una buona pratica dal titolo “City Display” che avrà lo scopo di elaborare un nuovo protocollo di gestione per i medi e piccoli musei d’impresa e collezioni pubbliche che sono disseminati nel territorio in grande quantità. Su di essi non vi è alcuna politica museale, perché spesse volte gli stessi enti proprietari non sono più in grado di garantire nemmeno una copertura economica di sussistenza; sono destinati a diventare degli straordinari magazzini di cose vecchie. A meno che, sull’onda della candidatura che ho citato, non si re-inventino tornando ad essere centro aggregatore di attività (da parte delle categorie economiche di rappresentanza), propulsore di nuovi stili di vita, luogo del confronto tra diverse professionalità. Penso ai designer, agli artigiani e ai commercianti al dettaglio che potrebbero dare vita a nuovi progetti creativi in questi luoghi. Il contemporaneo, infatti, consente proprio di superare i confini tra i vari mestieri, dando vita ad una situazione ibrida in cui non c’è più distinzione tra economia e cultura, con la seconda che concorre a trascinare la prima.
Per citare il grande geografo Franco Farinelli, “la cultura è l’ultimo grande manipolatore di senso che ci è rimasto”, ossia ciò che ci consente di trasformare il senso delle cose. Io amo lavorare nel solco di questa definizione, realizzando progetti che siano l’immagine della grande complessità che oggi ci attraversa tutti.
In questo solco si colloca il “Festival Comodamente”, che ho ideato nel 2007 ed oggi rappresenta un punto fermo nel contesto nordestino e nazionale, non perché investe grandi risorse economiche (è forse, in quella categoria, il più povero d’Italia) ma piuttosto perché innesca un processo in cui la città che lo ospita si mette in moto tutta assieme, aprendo i propri luoghi dismessi e applicando un linguaggio contemporaneo che supera le distinzioni tra cultura, turismo, urbanistica, commercio.
Ad esempio, tra i cento eventi messi in scena nell’edizione di quest’anno, ha riscosso molto successo “Deja Vu”, una particolare performance artistica ideata dall’artista Pierluigi Slis che ha trasformato la piazza centrale della città in una nuova camerata e ospitato trenta persone per una notte a cielo aperto.
Provare per credere.

Il paesaggio è quello che tu fai?
Nel 2007 cominciai a porre pubblicamente la domanda nell’ambito di un festival e a verificare quante e quali fossero le contraddizioni reali che morbavano in Italia questo tema, distorto sotto il peso di una Storia talmente tanto mamma da frenare in noi qualunque senso critico.
Iniziava in Veneto la fase di rinnovo a vari livelli degli strumenti per il governo del territorio – PAT, PI, PTCP, PTRC – e con essi l’illusione di risolvere in alcune sigle cacofoniche la formula dell'abitare. Oggi alcuni di quei percorsi amministrativi stanno giungendo a destinazione e la sensazione diffusa è che ci lasciano in testa molti dubbi, in mano un pugno di mosche e nessun patto reale per restituire al paesaggio il suo ruolo di enzima naturale della trasformazione.
I PAT ad esempio – Piani di Assetto del Territorio – passano dall'essere un fatto burocratico all'essere un fatto di cronaca (vedasi ciò che sta accadendo ad Asolo) e mai divengono occasione per rinnovare i processi decisionali locali che sottendono alla definizione di buoni paesaggi, vecchi o nuovi che essi siano. Eppure la Convenzione Europea del Paesaggio, firmata a Firenze nel 2000 e oggi legge in Italia, aveva proprio il senso di una "legge cometa" (Franco Zagari) tesa a costruire una scia condivisa tra i termini fondamentali: tutela innovazione e gestione. Ma è ancora lettera morta e le sue applicazioni le riscontriamo solo nei processi informali equamente distribuiti su base locale, tanti e tali da rappresentare una seria alternativa al nulla che deriva dal soggetto pubblico, dentro il quale è invece in corso uno pericolosissimo e dannosissimo scollamento: tra singoli uffici, tra uffici e politica, e anche tra uffici politica e soggetti esterni (sovrintendenze, fondazioni, …) cui spetterebbe un ruolo in base al principio di sussidiarietà regolato dall’art.118 della Costituzione Italiana.
Di tale condizione ne è prova il comportamento da Giano Bifronte della Regione Veneto, che gestisce del tutto separatamente la nascita dei propri osservatori locali di paesaggio e la ri-adozione con valenza paesaggistica del Piano Territoriale Regionale di Coordinamento. A questo punto non c’è che da augurarsi che la Regione metta definitivamente in gioco una terza testa, quella della candidatura “Venezia-Nordest Capitale Europea della Cultura 2019”, occasione più unica che rara per restituire ai territori i veri criteri di paesaggio da adottare nel contesto contemporaneo, o per dare risposte vere all’emergenza capannoni, ma non da maquillage (come invece sta emergendo nella firma di alcuni trend-setter locali). Sarebbe la mossa del cavallo e ci libererebbe dai tanti e ormai vecchi “casi Asolo”, pronti a deflagrare sulla stampa per incapacità dei suoi responsabili a tenere insieme tutela e innovazione. Capiremo che se il Nordest è morto come Politica non lo è affatto come Paesaggio, che invece è cosa viva e densa di segni bisognosi di cura. Se è invece il Paesaggio a rischiare il colpo, ciò non accade perché ce lo dicono i zanzottiani o i settisiani ma piuttosto perché siamo diventati incapaci di rinnovarlo nei codici.

Dopo quarant’anni di attesa la città attua un grande progetto di valorizzazione del suo centro ispirato alla Convenzione Europea del Paesaggio.

Ho la fortuna di andare molto per territori, chiamato a parlare, a progettare, a indagare o semplicemente a condividere un percorso di riflessione sui temi urbani in gioco, e sarei il solito gufo se non dichiarassi i molti elementi di positività che registro in questa attuale stagione, indipendentemente dalla latitudine delle città e dalla loro taglia dimensionale, nonostante la crisi a tratti irreversibile della Politica e delle Università, così come dei modelli finanziari (per non dire “giochini”) che hanno retto le sorti delle trasformazioni o valorizzazioni di grandi luoghi italiani.
Ciò accade perché in brevissimo tempo si è sciolto al sole un abecedario urbano e se ne sta creando un altro foriero di nuovi modelli di governance più ibridi e complessi (a volte privi perfino di un adeguato sostegno amministrativo) ma anche più adeguati a registrare gli attuali bisogni dell’uomo contemporaneo, che cerca nuovi paesaggi in cui amplificare il proprio desiderio di comunità.
Siamo a una curva della storia e ci sono città capaci di assumersi il compito di affrontarla per prime. Tra queste segnalo Montebelluna, che oggi frequento perché chiamato a condividere un tavolo di progettazione collettiva (con Torsello Architettura, Gruppo Già e Marketing City) che l’Amministrazione Comunale ha sapientemente attuato per valorizzare il sistema di piazze e parchi che caratterizzano in modo unico il suo assetto centrale.
Quel modello prende avvio nel 1871 su progetto dell’Ing. Dall’Armi con l’esigenza di offrire alla comunità del Montello una adeguata area mercatale. Il successo è tale che essa diviene in pochi anni il nuovo baricentro cittadino e il fulcro di partenza per tutte le espansioni novecentesche che oggi costituiscono l’immagine della città. Ma come è naturale che sia, e come già accade in tanti altri casi italiani di taglia analoga, anche Montebelluna ha dovuto intraprendere un radicale percorso di riflessione sui carichi di flusso veicolare che attraversava e sostanzialmente strozzava il centro cittadino, tanto da indurre il Sindaco Marzio Favero al passo irrevocabile di inibire in tempi recenti l’attraversamento frontale del centro urbano.
In realtà la sua mossa del cavallo è stata quella di agganciare a questo diniego traumatico una sostanziale revisione del modello urbano ottocentesco che sembrava ancora rappresentare il faro di riferimento anche per le progettazioni future, e che invece andava piuttosto consegnato a tutela in ragione di un nuovo modello capace di accompagnare la gestione e l’innovazione dei fatti urbani.
Il tavolo di progettazione collettiva ha quindi proposto dopo quasi 1 anno di analisi il “Progetto Arcipelago”, un masterplan in cui le piazze e i parchi centrali sono descritti e valorizzati come centralità autonome, ma trovano forza e senso anche nelle mutue relazioni tra loro. Questo è un modello costituito da isole e rotte, un arcipelago appunto, che diverrà visibile già alla fine di quest’anno con la riqualificazione di due suoi ambiti fondamentali: quello che vede insieme “Largo Mazzini-Piazza Piazza Monnet” e quello che mette in forza la assoluta eccezionalità urbana rappresentata dalla sequenza “Sedese-Piazza Marconi-Piazza Negrelli”. Il primo si trasformerà in un vero e proprio salotto urbano, con dei tappeti in pietra collocati a ridosso dei fabbricati e capaci di generare molti modi diversi di “stare in piazza”. Il secondo rappresenterà una precisa “trilogia di paesaggio”, nella quale la storica piattaforma rialzata denominata Sedese resta manutenuta nella sua condizione di oggetto quasi metafisico, Piazza Marconi diviene una piattaforma capace con la sua grafica a terra di organizzare molte attività (parcheggio, giochi dei bambini, mercato, platea per eventi) e Piazza Negrelli torna ad essere uno spazio verde per il loisir quotidiano.
Dopo decenni di buio lo spazio pubblico italiano trova nella Convenzione Europea del Paesaggio la sua legge cometa e in Montebelluna un’oasi di sperimentazione che fa ben sperare.

Mi capita spesso di dare merito alla Regione Veneto di aver licenziato una legge sul commercio che finanzia (è in fase di completamento il bando del 2012 ed è in partenza la fase attuativa del bando sui distretti del commercio) processi virtuosi di rigenerazione dei centri storici anche in forma di “centri commerciali naturali”. Questo termine farà saltare sulla sedia i nostalgici da salotto ma nei fatti può contribuire più di altri dispositivi giuridici (vogliamo ricordare che proprio in Veneto giace ancora nei cassetti la Variante con valenza paesaggistica al PTRC regionale che dovrebbe tracciare i criteri di rilettura dei centri urbani?) a rendere efficace l’inevitabile percorso di rinnovamento che molte città medio piccole dovranno fare nei prossimi anni per continuare ad assumere un orizzonte di senso.
Siamo infatti entrati in una stagione che torna a chiedere dosi massicce di spazio pubblico dopo tre decenni di solipsismo immobiliare, ma manca ancora un allenamento adeguato e generalizzato a riconoscere i mezzi con i quali ottenerlo, e prima ancora a capire che la città storica vince la competizione quando torna alla sua matrice identitaria di luogo in cui le categorie si ibridano: commercio, cultura, lavori pubblici e (se le prime funzionano) anche turismo.
Luoghi e flussi del resto, direbbe Aldo Bonomi, sono il combinato disposto da cui ripartire. Ma, aggiungo io, i flussi tornano ai luoghi della città solo se essa sa rappresentarli in modo sostanziale e formale; non accontentandosi di fare manutenzioni ma sforzandosi di realizzare social-street, playground (cioè spazi che cambiano volto e funzione durante le ore del giorno), spazi per co-working e nuovi artigiani: appunto ambiti ibridi che i nuovi flussi della Contemporaneità possano riconoscere come propri luoghi di appartenenza. Alcuni esempi sono già in corso.
La città di Montebelluna sta attuando un masterplan coraggioso che descrive il centro storico come un vero e proprio arcipelago di piazze e parchi fortemente identitari e relazionati tra loro. Speriamo che la politica sappia restare lucida e proseguire con coerenza su questa linea.
Il piccolo comune di Farra di Soligo è sede di sperimentazioni rivoluzionarie se paragonato alla massa critica che può vantare. Basti ricordare che a breve sarà on-line una piattaforma digitale in grado di gestire il servizio di sostituzione integrale della segnaletica commerciale in strada secondo un modello unitario di immagine coordinata per tutti gli attori economici (viticoltori, commercianti, ristoratori e albergatori), e che nell’ultimo anno è maturato un ambizioso progetto di Distretto Territoriale del Commercio, esteso ai soggetti confinanti, nel quale si tracciano regole comuni di valorizzazione urbana e accoglienza.
La citta di Vittorio Veneto continua ad essere un laboratorio interessante di fenomeni, perfino contradditori tra loro. Nata con atto regio nel 1866, vede ancora in corso il processo di ibridazione tra le sue parti originarie: Ceneda di tradizione vescovile, Serravalle di tradizione commerciale, il centro novecentesco sede dei presidi istituzionali e amministrativi. Ma è troppo grande per essere piccola e troppo piccola per essere grande, quindi fatica a consolidare un assetto di marcia capace di “rinnovare le tradizioni” (gli ossimori ritornano …). In questo può molto aiutare la sperimentazione di questi mesi, sostenuta dalla Regione Veneto attraverso la legge di cui sopra, che punta a valorizzare Serravalle Nord come “centro commerciale naturale”, capace cioè di rispondere alle esigenze dei cittadini contemporanei, dei consumatori occasionali, dei visitatori e dei turisti. I fondi a disposizione stanno realizzando piazze che mancano da ottant’anni, stanno producendo merchandising unitario per i commercianti che valorosamente hanno mantenuto il presidio nonostante lo svuotamento che li circonda ed elaborando un atlante urbano che incrocia i dati e i fenomeni presenti, ed anche formando la comunità di base con azioni dirette riassunte sotto il termine “City Display per Serravalle Nord”.
Il comune denominatore a tutti e tre i casi risiede nella volontà di giocare la partita con la Storia senza l’alibi della assenza di risorse economiche e nella consapevolezza che tra soggetto pubblico e soggetto privato si possa generare un terzo spazio ricco di innovazione e di futuro.

I temi fondanti l’articolo 8 possono considerarsi l’esito di un dibattito serrato che ha alimentato gli ultimi dieci anni di risveglio “post metrocubaro” in Regione Veneto ibridando saperi apparentemente distanti e le più autorevoli letture che si sono (solo apparentemente) contrpposte.
La prima ha preso subito a denunciare la pressione speculativa che si annidava nel “patto per lo sviluppo” stra soggetto pubblico e soggetto privato, trovando nei padri culturali del Novecento non solo regionale (Luigi Meneghello, Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern, Salvatore Settis ed altri ancora) il sostegno e l’autorevolezza necessari ad insediare un corteo permanente di comitati indignati a tutte le scale sociali. Il faro è diventalto l’articolo 9 della Costituzione e il rischio quello di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, di bloccare prima che capire, di irrigidire ulteriormente i regimi di vincolo e condurre i percorsi decisionali ad una definitiva a-fasia progettuale per la sola paura di ritrovarsi discussi sui giornali o citati in qualche ricorso giudiziario.
La seconda ha intrapreso la strada più lunga e complessa di indagare le ragioni per una ripartenza, ma senza “fare prigionieri”, e piuttosto assumendo la convinzione che la città diffusa è il prodotto conseguente di un’epoca che ha accentuato i fenomeni di un urbanesimo senza precedenti. Questa parola, città, fa paura; ma non accettarla così come trovata, come un fatto”as found” e reale, significa non affontare i problemi alla scala a cui si propongono; significa ridurre la risposta ad una infinita teoria di analisi, di piani di settore e a una serie di emendamenti difensivi; significa non avere altro che una città inadeguata rispetto alle sue possibilità e alle sue ambizioni. Ed invece una città che accetti di essere tale deve partire da un disegno politico profondamente condiviso e aperto, per diventare una polis nel senso antico come in quello moderno.
Entrambe le letture in realtà trovano il giusto riconoscimento al proprio operato nelle nuove definizioni di paesaggio e cultura che, pur a fatica, stanno transitando definitivamente nel nostro linguaggio. “Paesaggio” infatti non è più solo il bel paesaggio, giustamente tutelato dalle discipline in forma corale, ma anche tutte quelle porzioni di territorio trasformate consaevolmente da una comunità abitante. E “Cultura” non è più solo il veicolo raffinato e piacevole che alimenta il tempo libero, ma anche e soprattutto lo straordinario manipolatore di senso e di valore delle cose, qualunque esse siano, ivi comprese quelle costruite.

Ebbene, è evidente che solo accogliendo anche in sede politica tali nuove definizioni è stato possibile per il legislatore introdurre per la prima volta un principio di temporalità d’uso nella gestione del costruito, laddove fino a ieri essoseguiva obbligatoriamente la dimensione predeterminata dall’Urbanistica.
Tale risultato, è bene ricordarlo, ha fatto palestra soprattutto con la stagione corsara di piattaforme culturali nate proprio nei territori periferici e molecolari della Regione Veneto, e cresciute fino a raggiungere ampie fette di opinione pubblica nazionale. Mi riferisco ai Festival ibridi (ad esempio il Festival Comodamente a Vittorio Veneto, che dal 2007 al 2013 ha riaperto più di cinquanta luoghi dismessi della città; oppure Festival Città Impresa, attivo dal 2008), alla lunga stagione che alimentato la candidatura di Venezia e Nordest a Capitale Europea della Cultura 2019, alle piattaforme di indagine più puntuale (es. Provincia Itaiana, promossa da Biennale di Venezia nel 2010; Re-cycle Italy, progetto di ricerca di interesse nazionale coordinato da IUAV Venezia nel triennio 2013/2016) ed anche a quelle più attuative, nate qua e là per dare soluzione a un fatto locale, ma sempre appartenenti ad un cloud esperienziale che non ha avuto bisogno di alcuna norma per essere tutelato e per attecchire fino al punto di divenire la sola possibile soluzione d’uso per interi ambiti di costruito antati dismessi troppo velocemente.

Il portato finale, cioè che a curare il declino permanente dei luoghi costruiti sia l’uso temporaneo dei luoghi stessi (o perfino la loro “demolizione creativa”, come la definisce Bruno Barel) potrà in prima istanza apparire un ossimoro, ma in relatà va accettato come pratica oggettiva del nostro mondo contemporaneo.

Vi sono momenti nella storia urbana delle città in cui criminalità e collettività, degrado e innovazione, si toccano. Ai più una tale condizione può solo infastidire, ad alcuni invece scatena la volontà per reagire definitivamente e tornare ad investire nel luogo in cui si vive e si vuole vivere meglio.
La storia del Quadrilatero Viale Milano a Vicenza racconta un po’ dello stesso fenomeno, e chi lo abita alterna segnalazioni di assoluto degrado a conferme di una qualità di vita non comune ai margini di una città storica italiana.

Il Quadrilatero nasce in città per dare una veste appunto moderna alla ricca borghesia del Dopoguerra. Cresce con una logica insediativa corretta (finalizzata a saturare i vuoti tra le mura storiche e il presidio curativo ed ecclesiastico di San Felice) e poi degrada fino a divenire nell’immaginario il quartiere della droga e della prostituzione. In realtà quest’ultimi si sono manifestati come effetti di un abbandono progressivo da parte degli importanti presidi di lavoro che ne avevano sostenuto la crescita (area Rebecca, area Domenichelli, uffici Inail e Inps, ..) e ancora resistono soprattutto nei punti in cui è venuto meno un qualunque ruolo urbano: le aree dismesse, gli angoli e gli spazi vuoti tra una funzione e l’altra della città.
Invero il Quadrilatero Viale Milano ha sempre saputo rinnovare il proprio ruolo grazie alla immutata presenza di molti fattori qualificanti: vicinanza alla stazione dei treni, alle mura cittadine e al parco pubblico; qualità e basso costo degli immobili. Per questo esso è oggi un luogo “in attesa”; non di trovare una vocazione, che ha già, ma di mettere a sistema e rendere visibili le molte risorse che (r)esistono al suo interno. Risorse perfino rinnovabili, perché coincidenti con le molte comunità che vi abitano o solo vi transitano: residenti consolidati, utenti temporanei di sportelli pubblici oggi nuovamente in crescita, anziani “urbani”, giovani creativi, studenti delle scuole, extra-comunitari integrati, impiegati del comparto direzionale quotidiano, commercianti.
Nel Quadrilatero Viale Milano convivono quindi fenomeni opposti tra loro, che spesso si elidono a vicenda fino a creare un percepito schizofrenico dell’area. Infatti, se da un lato vi si sono consolidati negli anni fatti reali di degrado conclamato è altrettanto vero che chi ci vive non cambia casa e anzi testimonia di un interessante fenomeno di ritorno a pratiche sociali condivise e sperimentazioni urbane. Se da un lato il patrimonio edilizio esistente ha un bisogno reale di manutenzione, dall’altro è ancora in grado di offrire standard ad alta qualità architettonica; e se lo stesso è spesso dismesso, dall’altro oggi può essere oggetto di importanti valorizzazioni da parte di player pubblici che ne sono proprietari (Comune, INPS; INAIL, …). Se inoltre lo spazio pubblico si limita ad offrire stalli per le auto e piccoli marciapiedi, dall’altro vi è una consapevolezza e un desiderio crescenti di tornare a viverlo e ri-costruirlo in altri modi. E se, infine, il percepito è di un ambito abitato in modo prevalente dalla terza età, è invece altrettanto presente una consistente fetta di classe creativa della città.
Un tale contesto, vivo pur con le sue criticità, aveva necessità di trovare una piattaforma collettiva nella quale depositare iniziative, proposte e qualunque altra forma di valorizzazione del proprio essere un vero sistema urbano comunque resiliente. RiModerno, la nuova street community volontaria del quadrilatero Viale Milano, nasce quindi con questo scopo nel 2016. Per intercettare e mettere a fattor comune le istanze positive che scatenano da questo pezzo di città viva, siano esse provenienti dai soggetti singoli o aggregati; dai soggetti proprietari o dai soggetti pubblici che ancora mantengono proprietà non più valorizzate, dalle rappresentanze associative, scolastiche ed economiche; financo dalle istituzioni locali, che possono vedere in essa quel perfetto strumento di governance dal basso che oggi è perfino essenziale per ri-avvicinare i cittadini ad una vera Politica partecipata. RiModerno prende avvio in forma volontaria mettendo a sistema le competenze dei residenti quasi in una forma di co-housing, e la forte eterogeneità di saperi presenti al tavolo (commercianti, economisti, progettisti, creativi, esperti di marketing, ….) da ragione a chi già prevede per il Quadrilatero Viale Milano un ricco orizzonte di potenzialità. RiModerno infatti dichiara la propria mission già dal nome. Intende “fare riuso” delle cose che trova, secondo una strategia che oggi individua i progetti di valorizzazione urbana facilmente attivabili anche con piccole risorse, ma ben sostenuti da un uso sapiente dello storytelling urbano proprio a partire da quel “linguaggio del moderno” che ha segnato nel bene lo sviluppo dell’area. E intende farlo utilizzando tutte le forma di rappresentazione, mappatura e comunicazione dell’esistente.

RiModerno è quindi un processo inclusivo e continuo di ri-appartenenza. Per questo va sostenuto in prima persona a colpi di slogan “ANCH’IO RIMODERNO!”, perché solo una comunità consapevole può cambiare i luoghi che abita.

riuso

L’intervallo di lavoro che si è aperto con la Candidatura ufficiale di Venezia con il Nordest a Capitale Europea della Cultura 2019 offre notevoli spunti di riflessione anche per i temi del Paesaggio, oggi più che mai in movimento per la sensibilità aumentata ed anche perché, va detto a chiare lettere, va condotta a termine la fase di lutto in cui abbiamo preso atto della perdita di un paesaggio (primario, rurale, ritmato dalle sequenze di campi e campanili in lontananza) e ne va promossa una nuova in cui porci tutti alla ricerca di un nuovo paesaggio, pena il caos delle comunità.
Ma quale nuovo paesaggio? Quale ad esempio in un territorio come quello trevigiano che eredita un patrimonio di memorie, fisiche e letterarie, tra le più conservate ma a tratti sclerotizzate da ricostruzioni identitarie strumentali? Tutti abbiamo visto palii medievali in paesi che non l’avevano mai avuto, riproposizioni di decori architettonici con materiali artificiali, alterazioni di profili collinari per sostituire la posa delle viti a tagliapoggio con il ritocchino, e quindi credo sia giunto il momento di consegnare alla Storia il “paesaggio come bel paesaggio”, proprio per tutelarne al meglio la sua conservazione; ne va estesa la sua definizione, pulendola da fraintendimenti (anche chi se ne occupa non distingue più il termine da territorio e ambiente) e consegnandola nelle mani della Comunità, che la Convenzione Europea del Paesaggio chiama al centro della scena al fine di attivare processi di tutela, gestione e valorizzazione dei propri paesaggi. Appunto, i propri paesaggi, frutto di tutte le sedimentazioni possibili, azioni, economie, culture, politiche, non certo solo della propria capacità di rappresentazione estetica.
Il Trevigiano ad esempio ospita oggi una “città non città” (Zagari, 2011), né urbana né rurale, in cui il nuovo paesaggio può nascere da un punto di vista laterale, non quello delle strade ma più probabilmente quello dell’acqua, che è stato elemento generatore del territorio in molte fasi della sua Storia e oggi torna prepotentemente ad assumere un ruolo con la sua dorsale, il Piave, con i fiume Sile e Livenza, uniti al sistema capillare di canali, rogge, prese e derivazioni. Oppure quello dei capannoni, i principali imputati al processo per morte del paesaggio dei nostri nonni. La loro presenza ovunque, un “capannone per campanile” (Fontanari), deve obbligarci a partire da li, e bene hanno fatto Fondazione Francesco Fabbri e Festival delle Città Impresa a promuovere di recente un workshop di studio dal titolo “Capannone senza padrone” con dodici università italiane, dodici amministrazioni comunali, Unindustria Treviso ed altri partner al fine di dare soluzione a questi mal di pancia urbani. La pace, del resto, si fa con il nemico.
Consente poi di guardare con ottimismo ai prossimi anni (a quelli che ci separano dalla consegna del Dossier di candidatura nel 2013 e agli eventuali successivi fino al 2019) il combinato disposto di tre Fondazioni impegnate sui temi del Paesaggio in Provincia di Treviso. La Fondazione Mazzotti, nata al merito dello studioso Bepi Mazzotti, è tesa a proseguirne con passione le ricerche sui patrimoni culturali e paesaggistici del territorio. La Fondazione Benetton, cui va il riconoscimento di aver affermato su scala internazionale i principi di denuncia e tutela del Paesaggio, ma anche di aver accesso la conoscenza di luoghi e comunità speciali con il Premio Carlo Scarpa. E infine la Fondazione Francesco Fabbri, orientata ad affermare il deciso salto al Contemporaneo del Paesaggio, visto come “bene comune”, buona pratica, definitiva affermazione dello stato culturale di una Comunità.
Appunto la Cultura, non quella del tempo libero ma quell’ultimo grande “manipolatore di senso” (Farinelli, 2011) che ci attende alla scadenza del 2019.

Osservando le dinamiche di territorio mi verrebbe da dire il contrario di ciò che abbiamo sotto gli occhi. Credo infatti che oggi possiamo determinare una nuova stagione di accelerazione e trasformare tutti quei patrimoni immobiliari che a causa della crisi hanno perso il proprio valore, e che in realtà già nascevano tossici dentro una bolla immobiliare generata da leggi nazionali (si pensi alla Legge Tremonti finalizzata a favorire il rapido realizzo di capannoni), accordi da Far West tra singolo sindaco e singolo investitore, …
Questo fenomeno è esploso soprattutto a Nordest e rappresenta una larga fetta del mio personale percorso di ricerca, che svolgo partecipando al dibattito nei convegni o aderendo a vari comitati scientifici (Fondazione Francesco Fabbri, Osservatorio Sperimentale per il Paesaggio dell’Alta Marca Trevigiana, Festival delle Città Impresa, …). Questa è terra che già aveva assorbito una forte fetta di pressione edilizia del totale nazionale ed ora si trova ancora più esposta rispetto ad altri territori. Ma nel frattempo ha perso non solo valore, ma soprattutto il senso del proprio produrre, perché è ormai altrove che si fanno i numeri. Deve quindi re-inventarsi.
Come? Un modo può certamente essere quello rappresentato dalla candidatura di Venezia e Nordest a Capitale Europea della Cultura 2019, i cui obiettivi vanno ben oltre l’organizzazione di un calendario di eventi. Il tema scelto infatti, il rapporto tra economia e cultura, intende elaborare un percorso di azioni che restituiscano una nuova immagine di Nordest, in grado di rappresentare meglio il giacimento di creatività e cultura che esso è, ben diverso dai vari stereotipi utilizzati in questi anni.
Gli assi su cui sta prendendo forma la candidatura sono molti ed io mi concentro soprattutto su quello finalizzato a costruire un programma di Paesaggio per la candidatura stessa.
Come sappiamo il paesaggio non è più, o non solo, il bel paesaggio, ma piuttosto l’atto di trasformazione che una data comunità decide di fare con consapevolezza nel proprio territorio. E messa in questi termini la partita si fa lunga, perché il tipo di approccio consolidato in questi anni è ben diverso.
Fare paesaggio significa far emergere dall’oblio anche i paesaggi culturali di cui il Nordest è fiorente. Per questo abbiamo promosso di recente una buona pratica dal titolo “City Display” che avrà lo scopo di elaborare un nuovo protocollo di gestione per i medi e piccoli musei d’impresa e collezioni pubbliche che sono disseminati nel territorio in grande quantità. Su di essi non vi è alcuna politica museale, perché spesse volte gli stessi enti proprietari non sono più in grado di garantire nemmeno una copertura economica di sussistenza; sono destinati a diventare degli straordinari magazzini di cose vecchie. A meno che, sull’onda della candidatura che ho citato, non si re-inventino tornando ad essere centro aggregatore di attività (da parte delle categorie economiche di rappresentanza), propulsore di nuovi stili di vita, luogo del confronto tra diverse professionalità. Penso ai designer, agli artigiani e ai commercianti al dettaglio che potrebbero dare vita a nuovi progetti creativi in questi luoghi. Il contemporaneo, infatti, consente proprio di superare i confini tra i vari mestieri, dando vita ad una situazione ibrida in cui non c’è più distinzione tra economia e cultura, con la seconda che concorre a trascinare la prima.
Per citare il grande geografo Franco Farinelli, “la cultura è l’ultimo grande manipolatore di senso che ci è rimasto”, ossia ciò che ci consente di trasformare il senso delle cose. Io amo lavorare nel solco di questa definizione, realizzando progetti che siano l’immagine della grande complessità che oggi ci attraversa tutti.
In questo solco si colloca il “Festival Comodamente”, che ho ideato nel 2007 ed oggi rappresenta un punto fermo nel contesto nordestino e nazionale, non perché investe grandi risorse economiche (è forse, in quella categoria, il più povero d’Italia) ma piuttosto perché innesca un processo in cui la città che lo ospita si mette in moto tutta assieme, aprendo i propri luoghi dismessi e applicando un linguaggio contemporaneo che supera le distinzioni tra cultura, turismo, urbanistica, commercio.
Ad esempio, tra i cento eventi messi in scena nell’edizione di quest’anno, ha riscosso molto successo “Deja Vu”, una particolare performance artistica ideata dall’artista Pierluigi Slis che ha trasformato la piazza centrale della città in una nuova camerata e ospitato trenta persone per una notte a cielo aperto.
Provare per credere.

Il paesaggio è quello che tu fai?
Nel 2007 cominciai a porre pubblicamente la domanda nell’ambito di un festival e a verificare quante e quali fossero le contraddizioni reali che morbavano in Italia questo tema, distorto sotto il peso di una Storia talmente tanto mamma da frenare in noi qualunque senso critico.
Iniziava in Veneto la fase di rinnovo a vari livelli degli strumenti per il governo del territorio – PAT, PI, PTCP, PTRC – e con essi l’illusione di risolvere in alcune sigle cacofoniche la formula dell'abitare. Oggi alcuni di quei percorsi amministrativi stanno giungendo a destinazione e la sensazione diffusa è che ci lasciano in testa molti dubbi, in mano un pugno di mosche e nessun patto reale per restituire al paesaggio il suo ruolo di enzima naturale della trasformazione.
I PAT ad esempio – Piani di Assetto del Territorio – passano dall'essere un fatto burocratico all'essere un fatto di cronaca (vedasi ciò che sta accadendo ad Asolo) e mai divengono occasione per rinnovare i processi decisionali locali che sottendono alla definizione di buoni paesaggi, vecchi o nuovi che essi siano. Eppure la Convenzione Europea del Paesaggio, firmata a Firenze nel 2000 e oggi legge in Italia, aveva proprio il senso di una "legge cometa" (Franco Zagari) tesa a costruire una scia condivisa tra i termini fondamentali: tutela innovazione e gestione. Ma è ancora lettera morta e le sue applicazioni le riscontriamo solo nei processi informali equamente distribuiti su base locale, tanti e tali da rappresentare una seria alternativa al nulla che deriva dal soggetto pubblico, dentro il quale è invece in corso uno pericolosissimo e dannosissimo scollamento: tra singoli uffici, tra uffici e politica, e anche tra uffici politica e soggetti esterni (sovrintendenze, fondazioni, …) cui spetterebbe un ruolo in base al principio di sussidiarietà regolato dall’art.118 della Costituzione Italiana.
Di tale condizione ne è prova il comportamento da Giano Bifronte della Regione Veneto, che gestisce del tutto separatamente la nascita dei propri osservatori locali di paesaggio e la ri-adozione con valenza paesaggistica del Piano Territoriale Regionale di Coordinamento. A questo punto non c’è che da augurarsi che la Regione metta definitivamente in gioco una terza testa, quella della candidatura “Venezia-Nordest Capitale Europea della Cultura 2019”, occasione più unica che rara per restituire ai territori i veri criteri di paesaggio da adottare nel contesto contemporaneo, o per dare risposte vere all’emergenza capannoni, ma non da maquillage (come invece sta emergendo nella firma di alcuni trend-setter locali). Sarebbe la mossa del cavallo e ci libererebbe dai tanti e ormai vecchi “casi Asolo”, pronti a deflagrare sulla stampa per incapacità dei suoi responsabili a tenere insieme tutela e innovazione. Capiremo che se il Nordest è morto come Politica non lo è affatto come Paesaggio, che invece è cosa viva e densa di segni bisognosi di cura. Se è invece il Paesaggio a rischiare il colpo, ciò non accade perché ce lo dicono i zanzottiani o i settisiani ma piuttosto perché siamo diventati incapaci di rinnovarlo nei codici.

Dopo quarant’anni di attesa la città attua un grande progetto di valorizzazione del suo centro ispirato alla Convenzione Europea del Paesaggio.

Ho la fortuna di andare molto per territori, chiamato a parlare, a progettare, a indagare o semplicemente a condividere un percorso di riflessione sui temi urbani in gioco, e sarei il solito gufo se non dichiarassi i molti elementi di positività che registro in questa attuale stagione, indipendentemente dalla latitudine delle città e dalla loro taglia dimensionale, nonostante la crisi a tratti irreversibile della Politica e delle Università, così come dei modelli finanziari (per non dire “giochini”) che hanno retto le sorti delle trasformazioni o valorizzazioni di grandi luoghi italiani.
Ciò accade perché in brevissimo tempo si è sciolto al sole un abecedario urbano e se ne sta creando un altro foriero di nuovi modelli di governance più ibridi e complessi (a volte privi perfino di un adeguato sostegno amministrativo) ma anche più adeguati a registrare gli attuali bisogni dell’uomo contemporaneo, che cerca nuovi paesaggi in cui amplificare il proprio desiderio di comunità.
Siamo a una curva della storia e ci sono città capaci di assumersi il compito di affrontarla per prime. Tra queste segnalo Montebelluna, che oggi frequento perché chiamato a condividere un tavolo di progettazione collettiva (con Torsello Architettura, Gruppo Già e Marketing City) che l’Amministrazione Comunale ha sapientemente attuato per valorizzare il sistema di piazze e parchi che caratterizzano in modo unico il suo assetto centrale.
Quel modello prende avvio nel 1871 su progetto dell’Ing. Dall’Armi con l’esigenza di offrire alla comunità del Montello una adeguata area mercatale. Il successo è tale che essa diviene in pochi anni il nuovo baricentro cittadino e il fulcro di partenza per tutte le espansioni novecentesche che oggi costituiscono l’immagine della città. Ma come è naturale che sia, e come già accade in tanti altri casi italiani di taglia analoga, anche Montebelluna ha dovuto intraprendere un radicale percorso di riflessione sui carichi di flusso veicolare che attraversava e sostanzialmente strozzava il centro cittadino, tanto da indurre il Sindaco Marzio Favero al passo irrevocabile di inibire in tempi recenti l’attraversamento frontale del centro urbano.
In realtà la sua mossa del cavallo è stata quella di agganciare a questo diniego traumatico una sostanziale revisione del modello urbano ottocentesco che sembrava ancora rappresentare il faro di riferimento anche per le progettazioni future, e che invece andava piuttosto consegnato a tutela in ragione di un nuovo modello capace di accompagnare la gestione e l’innovazione dei fatti urbani.
Il tavolo di progettazione collettiva ha quindi proposto dopo quasi 1 anno di analisi il “Progetto Arcipelago”, un masterplan in cui le piazze e i parchi centrali sono descritti e valorizzati come centralità autonome, ma trovano forza e senso anche nelle mutue relazioni tra loro. Questo è un modello costituito da isole e rotte, un arcipelago appunto, che diverrà visibile già alla fine di quest’anno con la riqualificazione di due suoi ambiti fondamentali: quello che vede insieme “Largo Mazzini-Piazza Piazza Monnet” e quello che mette in forza la assoluta eccezionalità urbana rappresentata dalla sequenza “Sedese-Piazza Marconi-Piazza Negrelli”. Il primo si trasformerà in un vero e proprio salotto urbano, con dei tappeti in pietra collocati a ridosso dei fabbricati e capaci di generare molti modi diversi di “stare in piazza”. Il secondo rappresenterà una precisa “trilogia di paesaggio”, nella quale la storica piattaforma rialzata denominata Sedese resta manutenuta nella sua condizione di oggetto quasi metafisico, Piazza Marconi diviene una piattaforma capace con la sua grafica a terra di organizzare molte attività (parcheggio, giochi dei bambini, mercato, platea per eventi) e Piazza Negrelli torna ad essere uno spazio verde per il loisir quotidiano.
Dopo decenni di buio lo spazio pubblico italiano trova nella Convenzione Europea del Paesaggio la sua legge cometa e in Montebelluna un’oasi di sperimentazione che fa ben sperare.

Mi capita spesso di dare merito alla Regione Veneto di aver licenziato una legge sul commercio che finanzia (è in fase di completamento il bando del 2012 ed è in partenza la fase attuativa del bando sui distretti del commercio) processi virtuosi di rigenerazione dei centri storici anche in forma di “centri commerciali naturali”. Questo termine farà saltare sulla sedia i nostalgici da salotto ma nei fatti può contribuire più di altri dispositivi giuridici (vogliamo ricordare che proprio in Veneto giace ancora nei cassetti la Variante con valenza paesaggistica al PTRC regionale che dovrebbe tracciare i criteri di rilettura dei centri urbani?) a rendere efficace l’inevitabile percorso di rinnovamento che molte città medio piccole dovranno fare nei prossimi anni per continuare ad assumere un orizzonte di senso.
Siamo infatti entrati in una stagione che torna a chiedere dosi massicce di spazio pubblico dopo tre decenni di solipsismo immobiliare, ma manca ancora un allenamento adeguato e generalizzato a riconoscere i mezzi con i quali ottenerlo, e prima ancora a capire che la città storica vince la competizione quando torna alla sua matrice identitaria di luogo in cui le categorie si ibridano: commercio, cultura, lavori pubblici e (se le prime funzionano) anche turismo.
Luoghi e flussi del resto, direbbe Aldo Bonomi, sono il combinato disposto da cui ripartire. Ma, aggiungo io, i flussi tornano ai luoghi della città solo se essa sa rappresentarli in modo sostanziale e formale; non accontentandosi di fare manutenzioni ma sforzandosi di realizzare social-street, playground (cioè spazi che cambiano volto e funzione durante le ore del giorno), spazi per co-working e nuovi artigiani: appunto ambiti ibridi che i nuovi flussi della Contemporaneità possano riconoscere come propri luoghi di appartenenza. Alcuni esempi sono già in corso.
La città di Montebelluna sta attuando un masterplan coraggioso che descrive il centro storico come un vero e proprio arcipelago di piazze e parchi fortemente identitari e relazionati tra loro. Speriamo che la politica sappia restare lucida e proseguire con coerenza su questa linea.
Il piccolo comune di Farra di Soligo è sede di sperimentazioni rivoluzionarie se paragonato alla massa critica che può vantare. Basti ricordare che a breve sarà on-line una piattaforma digitale in grado di gestire il servizio di sostituzione integrale della segnaletica commerciale in strada secondo un modello unitario di immagine coordinata per tutti gli attori economici (viticoltori, commercianti, ristoratori e albergatori), e che nell’ultimo anno è maturato un ambizioso progetto di Distretto Territoriale del Commercio, esteso ai soggetti confinanti, nel quale si tracciano regole comuni di valorizzazione urbana e accoglienza.
La citta di Vittorio Veneto continua ad essere un laboratorio interessante di fenomeni, perfino contradditori tra loro. Nata con atto regio nel 1866, vede ancora in corso il processo di ibridazione tra le sue parti originarie: Ceneda di tradizione vescovile, Serravalle di tradizione commerciale, il centro novecentesco sede dei presidi istituzionali e amministrativi. Ma è troppo grande per essere piccola e troppo piccola per essere grande, quindi fatica a consolidare un assetto di marcia capace di “rinnovare le tradizioni” (gli ossimori ritornano …). In questo può molto aiutare la sperimentazione di questi mesi, sostenuta dalla Regione Veneto attraverso la legge di cui sopra, che punta a valorizzare Serravalle Nord come “centro commerciale naturale”, capace cioè di rispondere alle esigenze dei cittadini contemporanei, dei consumatori occasionali, dei visitatori e dei turisti. I fondi a disposizione stanno realizzando piazze che mancano da ottant’anni, stanno producendo merchandising unitario per i commercianti che valorosamente hanno mantenuto il presidio nonostante lo svuotamento che li circonda ed elaborando un atlante urbano che incrocia i dati e i fenomeni presenti, ed anche formando la comunità di base con azioni dirette riassunte sotto il termine “City Display per Serravalle Nord”.
Il comune denominatore a tutti e tre i casi risiede nella volontà di giocare la partita con la Storia senza l’alibi della assenza di risorse economiche e nella consapevolezza che tra soggetto pubblico e soggetto privato si possa generare un terzo spazio ricco di innovazione e di futuro.

I temi fondanti l’articolo 8 possono considerarsi l’esito di un dibattito serrato che ha alimentato gli ultimi dieci anni di risveglio “post metrocubaro” in Regione Veneto ibridando saperi apparentemente distanti e le più autorevoli letture che si sono (solo apparentemente) contrpposte.
La prima ha preso subito a denunciare la pressione speculativa che si annidava nel “patto per lo sviluppo” stra soggetto pubblico e soggetto privato, trovando nei padri culturali del Novecento non solo regionale (Luigi Meneghello, Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern, Salvatore Settis ed altri ancora) il sostegno e l’autorevolezza necessari ad insediare un corteo permanente di comitati indignati a tutte le scale sociali. Il faro è diventalto l’articolo 9 della Costituzione e il rischio quello di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”, di bloccare prima che capire, di irrigidire ulteriormente i regimi di vincolo e condurre i percorsi decisionali ad una definitiva a-fasia progettuale per la sola paura di ritrovarsi discussi sui giornali o citati in qualche ricorso giudiziario.
La seconda ha intrapreso la strada più lunga e complessa di indagare le ragioni per una ripartenza, ma senza “fare prigionieri”, e piuttosto assumendo la convinzione che la città diffusa è il prodotto conseguente di un’epoca che ha accentuato i fenomeni di un urbanesimo senza precedenti. Questa parola, città, fa paura; ma non accettarla così come trovata, come un fatto”as found” e reale, significa non affontare i problemi alla scala a cui si propongono; significa ridurre la risposta ad una infinita teoria di analisi, di piani di settore e a una serie di emendamenti difensivi; significa non avere altro che una città inadeguata rispetto alle sue possibilità e alle sue ambizioni. Ed invece una città che accetti di essere tale deve partire da un disegno politico profondamente condiviso e aperto, per diventare una polis nel senso antico come in quello moderno.
Entrambe le letture in realtà trovano il giusto riconoscimento al proprio operato nelle nuove definizioni di paesaggio e cultura che, pur a fatica, stanno transitando definitivamente nel nostro linguaggio. “Paesaggio” infatti non è più solo il bel paesaggio, giustamente tutelato dalle discipline in forma corale, ma anche tutte quelle porzioni di territorio trasformate consaevolmente da una comunità abitante. E “Cultura” non è più solo il veicolo raffinato e piacevole che alimenta il tempo libero, ma anche e soprattutto lo straordinario manipolatore di senso e di valore delle cose, qualunque esse siano, ivi comprese quelle costruite.

Ebbene, è evidente che solo accogliendo anche in sede politica tali nuove definizioni è stato possibile per il legislatore introdurre per la prima volta un principio di temporalità d’uso nella gestione del costruito, laddove fino a ieri essoseguiva obbligatoriamente la dimensione predeterminata dall’Urbanistica.
Tale risultato, è bene ricordarlo, ha fatto palestra soprattutto con la stagione corsara di piattaforme culturali nate proprio nei territori periferici e molecolari della Regione Veneto, e cresciute fino a raggiungere ampie fette di opinione pubblica nazionale. Mi riferisco ai Festival ibridi (ad esempio il Festival Comodamente a Vittorio Veneto, che dal 2007 al 2013 ha riaperto più di cinquanta luoghi dismessi della città; oppure Festival Città Impresa, attivo dal 2008), alla lunga stagione che alimentato la candidatura di Venezia e Nordest a Capitale Europea della Cultura 2019, alle piattaforme di indagine più puntuale (es. Provincia Itaiana, promossa da Biennale di Venezia nel 2010; Re-cycle Italy, progetto di ricerca di interesse nazionale coordinato da IUAV Venezia nel triennio 2013/2016) ed anche a quelle più attuative, nate qua e là per dare soluzione a un fatto locale, ma sempre appartenenti ad un cloud esperienziale che non ha avuto bisogno di alcuna norma per essere tutelato e per attecchire fino al punto di divenire la sola possibile soluzione d’uso per interi ambiti di costruito antati dismessi troppo velocemente.

Il portato finale, cioè che a curare il declino permanente dei luoghi costruiti sia l’uso temporaneo dei luoghi stessi (o perfino la loro “demolizione creativa”, come la definisce Bruno Barel) potrà in prima istanza apparire un ossimoro, ma in relatà va accettato come pratica oggettiva del nostro mondo contemporaneo.

Vi sono momenti nella storia urbana delle città in cui criminalità e collettività, degrado e innovazione, si toccano. Ai più una tale condizione può solo infastidire, ad alcuni invece scatena la volontà per reagire definitivamente e tornare ad investire nel luogo in cui si vive e si vuole vivere meglio.
La storia del Quadrilatero Viale Milano a Vicenza racconta un po’ dello stesso fenomeno, e chi lo abita alterna segnalazioni di assoluto degrado a conferme di una qualità di vita non comune ai margini di una città storica italiana.

Il Quadrilatero nasce in città per dare una veste appunto moderna alla ricca borghesia del Dopoguerra. Cresce con una logica insediativa corretta (finalizzata a saturare i vuoti tra le mura storiche e il presidio curativo ed ecclesiastico di San Felice) e poi degrada fino a divenire nell’immaginario il quartiere della droga e della prostituzione. In realtà quest’ultimi si sono manifestati come effetti di un abbandono progressivo da parte degli importanti presidi di lavoro che ne avevano sostenuto la crescita (area Rebecca, area Domenichelli, uffici Inail e Inps, ..) e ancora resistono soprattutto nei punti in cui è venuto meno un qualunque ruolo urbano: le aree dismesse, gli angoli e gli spazi vuoti tra una funzione e l’altra della città.
Invero il Quadrilatero Viale Milano ha sempre saputo rinnovare il proprio ruolo grazie alla immutata presenza di molti fattori qualificanti: vicinanza alla stazione dei treni, alle mura cittadine e al parco pubblico; qualità e basso costo degli immobili. Per questo esso è oggi un luogo “in attesa”; non di trovare una vocazione, che ha già, ma di mettere a sistema e rendere visibili le molte risorse che (r)esistono al suo interno. Risorse perfino rinnovabili, perché coincidenti con le molte comunità che vi abitano o solo vi transitano: residenti consolidati, utenti temporanei di sportelli pubblici oggi nuovamente in crescita, anziani “urbani”, giovani creativi, studenti delle scuole, extra-comunitari integrati, impiegati del comparto direzionale quotidiano, commercianti.
Nel Quadrilatero Viale Milano convivono quindi fenomeni opposti tra loro, che spesso si elidono a vicenda fino a creare un percepito schizofrenico dell’area. Infatti, se da un lato vi si sono consolidati negli anni fatti reali di degrado conclamato è altrettanto vero che chi ci vive non cambia casa e anzi testimonia di un interessante fenomeno di ritorno a pratiche sociali condivise e sperimentazioni urbane. Se da un lato il patrimonio edilizio esistente ha un bisogno reale di manutenzione, dall’altro è ancora in grado di offrire standard ad alta qualità architettonica; e se lo stesso è spesso dismesso, dall’altro oggi può essere oggetto di importanti valorizzazioni da parte di player pubblici che ne sono proprietari (Comune, INPS; INAIL, …). Se inoltre lo spazio pubblico si limita ad offrire stalli per le auto e piccoli marciapiedi, dall’altro vi è una consapevolezza e un desiderio crescenti di tornare a viverlo e ri-costruirlo in altri modi. E se, infine, il percepito è di un ambito abitato in modo prevalente dalla terza età, è invece altrettanto presente una consistente fetta di classe creativa della città.
Un tale contesto, vivo pur con le sue criticità, aveva necessità di trovare una piattaforma collettiva nella quale depositare iniziative, proposte e qualunque altra forma di valorizzazione del proprio essere un vero sistema urbano comunque resiliente. RiModerno, la nuova street community volontaria del quadrilatero Viale Milano, nasce quindi con questo scopo nel 2016. Per intercettare e mettere a fattor comune le istanze positive che scatenano da questo pezzo di città viva, siano esse provenienti dai soggetti singoli o aggregati; dai soggetti proprietari o dai soggetti pubblici che ancora mantengono proprietà non più valorizzate, dalle rappresentanze associative, scolastiche ed economiche; financo dalle istituzioni locali, che possono vedere in essa quel perfetto strumento di governance dal basso che oggi è perfino essenziale per ri-avvicinare i cittadini ad una vera Politica partecipata. RiModerno prende avvio in forma volontaria mettendo a sistema le competenze dei residenti quasi in una forma di co-housing, e la forte eterogeneità di saperi presenti al tavolo (commercianti, economisti, progettisti, creativi, esperti di marketing, ….) da ragione a chi già prevede per il Quadrilatero Viale Milano un ricco orizzonte di potenzialità. RiModerno infatti dichiara la propria mission già dal nome. Intende “fare riuso” delle cose che trova, secondo una strategia che oggi individua i progetti di valorizzazione urbana facilmente attivabili anche con piccole risorse, ma ben sostenuti da un uso sapiente dello storytelling urbano proprio a partire da quel “linguaggio del moderno” che ha segnato nel bene lo sviluppo dell’area. E intende farlo utilizzando tutte le forma di rappresentazione, mappatura e comunicazione dell’esistente.

RiModerno è quindi un processo inclusivo e continuo di ri-appartenenza. Per questo va sostenuto in prima persona a colpi di slogan “ANCH’IO RIMODERNO!”, perché solo una comunità consapevole può cambiare i luoghi che abita.

a cura di Sarah Amari

realizzazione sito di Ivan Valvassori