ASPRO
STUDIO

a cura di Sarah Amari

realizzazione sito di Ivan Valvassori

Non torneranno i prati, è bene dirlo subito.
In questi anni di frequentazione e partecipazione al dibattito schizofrenico sul Paesaggio ho compreso che il Nordest italiano fatica ancora a scendere a patti con la propria storia recente e ad accettare di essere il volto naturale di un mercato legale, spinto dalla Legge Tremonti sui capannoni e da quegli stessi soggetti che, raccogliendo i dividendi a fine anno nelle assemblee delle banche popolari, tornavano poi il primo gennaio a re-investire nello stesso modo. In quel paniere di ricchezza circolare si accomodava la politica di
piccole e medie città, il business di piccoli e medi imprenditori, di piccoli e medi progettisti; insomma una filiera di fatti medio-piccoli che nel bene e nel male, sommati tutti assieme, hanno tracciato il solco di una stagione.

Certo, quella stagione oggi si è schiantata contro i propri stessi limiti, e rischia perfino di essere l’ultima se continua a pensare che “green” significhi solo fare tetti verdi da vedere dall’alto, o approvare nei consigli comunali “varianti verdi” che annullano un recente diritto acquisito di edificabilità dei suoli, o promuovere convegni verdi sul mito contadino di quando si stava meglio quando si stava peggio.

No, non torneranno i prati, e nessuno vorrà o verrà a demolire i capannoni, se non una macchina pubblica miope alla quale manca prima di tutto  materia grey; una materia grigia e non verde, politica e culturale, capace di unire le intelligenze in un pensiero più alto e di riconoscere i nuovi modelli che la crisi necessariamente ci obbliga a ricercare. Al contrario c’è un gran desiderio di nuove comunità a Nordest, forse perché gli strumenti classici della rappresentanza sono in crisi, o perché la politica non ha più ne potere ne linguaggio.

Quando il mercato “tirava” essa aveva il compito di tutelare il consumo di suolo, ma ora che tutto è fermo deve spronare a non vanificare le occasioni di riuso urbano, di ibridazione delle risorse, di formazione di nuove governance che emergono in modo indipendente da molte parti e faticano a trovare una riconoscibilità formale nello stesso soggetto pubblico che le dovrebbe promuovere. Ma si sa, homo homini lupus, e così la politica.
A mancare è sempre il progetto, che prima di essere un paesaggio è una trasformazione consapevole di un territorio, bella o brutta che sia. A mancare è sempre il governo dei temi, o meglio la governance, quella che permette di trasformare buoni progetti in buone pratiche, di trasformare una libera iniziativa in una massa critica che fa tendenza. Ed infatti, di buoni progetti ne abbiamo visti in questi anni, dentro fabbriche d’eccellenza che esportano buoni prodotti e generano anche ottimi luoghi in cui vivere e lavorare. Anzi, abbiamo sperato che essi potessero divenire buone pratiche da emulare, ma ciò non è avvenuto, ed oggi solo un quotidiano a corto di idee può guardare ad essi come al modello da cui ripartire.

No, serve qualcosa di più complesso, narrabile con un linguaggio che oggi è solo alle prime lettere dell’alfabeto e non ha ancora una letteratura di riferimento. Servono luoghi grigi in cui insediare comunità verdi, cioè smart, pensanti, ibride, libere di intraprendere iniziative e dar loro un luogo svincolato dalle destinazioni d’uso predeterminate. Servono nuove centralità, o vecchi luoghi che rinnovino il proprio ruolo di centralità; un po’ come ha fatto Milano durante il ciclone Expo 2015, a tal punto dal rappresentare il polo di riferimento anche per una grossa fetta di Nordest, con buona pace della tradizione storica di “Venezia Dominante” sulle proprie terre.

No, non torneranno i prati, e per questo serve una Green Week nelle Venezie, per raccontare tutto ciò che è verde senza apparire tale.

“Il nuovo nasce in periferia e si riconosce in città”.
Non so davvero se Enzo Rullani, sociologo raffinato e affinato alla dinamica evolutiva dei distretti produttivi, si sia mai reso conto fino in fondo della potenza anticipatrice di questa sua affermazione e di quanto essa possa rappresentare oggi la sintesi di un dibattito che finalmente sta assumendo le giuste proporzioni nel nostro Paese, in cui non abbiamo fortunatamente a che fare con periferie pericolose, quanto piuttosto con periferie “prive di senso” e di quella urbanità che rappresenta da sempre il tratto tipico della città italiana riconoscibile nel mondo.

Gli fa eco Ezio Micelli quando dice “Tutta città, tutta periferia”, non credo in forma provocatoria, ma per significare che il dado ormai è tratto e che se la piazza è periferia, e viceversa, allora dobbiamo accettare che il sistema di riferimento è mutato. Siamo spiazzati, letteralmente “fuori dalla piazza”, e già dieci anni fa Aldo Cazzullo ci descriveva così nel suo “Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita”: “La domenica, le piazze italiane sono vuote. Quasi deserti gli stadi, le chiese, i cinema, i tradizionali luoghi della vita sociale. Sono tutti all’outlet”. Appunto, tutta città tutta periferia.

Ma ora, dove e come cercare nuove centralità? E, soprattutto, come dare valore a questo paesaggio che appare così come trovato ed è addirittura gravato da una massiccia e diffusa presenza di retorica a buon mercato, di gufi radicali, di fuoco amico, di cozze nostalgiche ed epigoni di maestri più tesi ad un’idea di cultura domenicale e parassitaria? Cento volte ho sentito dire a Franco Farinelli, geografo senza nostalgia per il sapore delle vecchie mappe, che “la cultura è l’ultimo manipolatore di senso che ci resta”. Non è sufficiente quindi ricercarla solo in mostre e concerti, quanto piuttosto nelle pieghe che caratterizzano le azioni dell’uomo. Inutile aggiungere che io sono d’accordo con lui.

 

Ad esempio sono emerse proprio da luoghi dismessi e periferici del Nordest italiano le prime piattaforme culturali fondate sull’ibridazione dei saperi (Festival Comodamente, dal 2007 al 2013, Festival Città Impresa, attivo ancora oggi; Provincia Italiana, itinerante nei territori e promossa con la Biennale di Architettura veneziana nel 2010), ed esse sono state capaci di promuovere le prime ricerche creative per reagire al dramma antropologico dei capannoni lasciati vuoti dalla crisi (ancorchè identitari) o da una incauta defiscalizzazione in caso di nuova edificazione degli stessi.

Sempre il Veneto da soli pochi giorni ha licenziato una legge sul contenimento del consumo di suolo che, se in molte sue parti risponde ancora a logiche predeterministiche dell’Urbanistica novecentesca, all’art.8 promuove e regolamenta per la prima volta in Italia gli interventi di riuso temporaneo dei luoghi dismessi non a partire dalle destinazioni d’uso vigenti (per le quali andrebbe serenamente intonato un “de profundis”) ma dalle attività “immateriali” (creatività, cultura, loisir, commercio ed ospitalità temporanee, ..) che dimostrano con un programma di riuso di poter generare valore per il bene “materiale”, promuovere nuovi spazi di relazione e sostenere iniziative dal basso.

Ecco che improvvisamente e perfino inaspettatamente (per i vincoli di cui sopra) tutto si tiene: luoghi dismessi e “beni immateriali”, tradizione e innovazione, secondo quello storico principio che è sempre tornato ad emergere nelle interfacce stilistiche tra una stagione ed un’altra. Ma non deve stupirci, tanto siamo in transito dal modo di produzione industriale al modo di produzione digitale, da città fordista a smart city e smart land, dai modelli deterministici alla forza dell’informale (che non è più necessariamente contrario di istituzionale), da stato decisore all’autodeterminazione di processi partecipati dal basso.

Già, la partecipazione. In poco tempo è divenuta un fenomeno di (non) successo, come creatività, paesaggio, cultura: termini talmente importanti per il futuro del nostro Paese da far venire la voglia di tutelarli con un anno sabbatico. Ma non potendo, ed anzi sperando che entrino definitivamente nelle agende politiche con portafoglio (cosa che effettivamente è accaduta con il recente bando nazionale sulle periferie), sono convinto che vada alimentata una riflessione meno sentimentale sugli strumenti con i quali la prima (partecipazione) e i secondi (creatività, paesaggio, cultura) vanno in scena. Non vi è infatti pratica pubblica più sartoriale dei processi partecipativi, tanto essi possono mutare a seconda delle condizioni progettuali, degli stakeholder in gioco, del percepito popolare e politico.

Considero quindi perfino dannose le “sessioni sfogatoio a prescindere”, nelle quali la partecipazione coincide sostanzialmente con un’abbuffata pubblica di desiderata tutti riassumibili nel concetto “voglio quella data cosa in quel dato posto”. Plaudo invece alle occasioni di ragionamento profondo, perché oggi “fare partecipazione” significa “fare città” con nuovi linguaggi, significa proporre criteri non urbanistici ma urbani, non chiusi ma aperti, non ostinatamente predeterminati ma adattabili e sereni nell’accettare l’inconsapevolezza dei processi, civici e non solo giuridici. Significa anche porre le basi per una nuova classe dirigente, perché sempre da lì si (ri)parte.

PREMESSA
In Italia è sempre emerso un criterio con il quale selezionare le città italiane da visitare, anche perché siamo un Paese con un eccesso d’offerta.
Fino ai primi decenni del ‘900 andavano forte le città del “Grand Tour” (Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, ..), raggiunte dai giovani rampolli aristocratici d’Europa per apprendere i valori del Classico. Poi sono venute le “Città d’Arte”, un termine meno fortunato, quasi da “sotto il vestito niente”, inseguito soprattutto dalle piccole amministrazioni di provincia per poter attuare limiti d’orario più flessibili all’apertura dei negozi.
Ora, a due anni di distanza dalla sua attivazione, ma soprattutto nella stagione in cui il sistema dei poteri, il ruolo delle rappresentanze territoriali e la stessa definizione di cultura stanno mutando radicalmente, è possibile tracciare una prima riflessione critica su cosa possano rappresentare le “Città Capitale Italiana della Cultura”.
Lo scorso 30 giugno è scaduto il termine di consegna per la candidatura 2018 e il solo elenco ufficiale delle città partecipanti alla selezione sembra confermare l’esistenza di una nuova geografia culturale mai emersa fino ad ora.

LA PIATTAFORMA C.I.C.
Il titolo di “Città Capitale Italiana della Cultura” viene formalmente istituito all’interno della Legge Art Bonus (Decreto Legge 31 maggio 2014, n. 83) e prende importanza grazie al volano positivo generatosi con la  partecipazione di molte città al processo di selezione per la Capitale Europea della Cultura 2019, assegnata per quell’anno all’Italia e alla Bulgaria.
Chi scrive ha partecipato attivamente alla candidatura sfortunata di “Venezia con il Nordest” e ricorda perfettamente il clima di grande stimolo che accompagnava il progetto e il suo ragionare oltre la logica dei musei, oltre la sommatoria di eventi per il tempo libero, elaborando un programma che ibridasse tutti i meccanismi attuativi della società. Era ancora forte l’eco della frase infelice attribuita a Giulio Tremonti, “con la cultura non si
mangia”, ma ormai si era messo in moto un nuovo paesaggio culturale che tendeva a ibridare posizioni apparentemente distanti.
Nel 2015 il titolo viene quindi attribuito “per merito” alle cinque città che perdono il confronto finale con Matera per divenire Capitale Europea della Cultura 2019: Cagliari, Ravenna, Lecce, Perugia e Siena. E’ un anno sperimentale, non solo una prima attuazione di un “titolo declassato” (da capitale europea a capitale italiana); serve per impostare relazioni mai immaginate fino a prima, certo anche su scala europea, e ad esempio Cagliari lo interpreta al meglio attuando un importante protocollo di scambio con il Museo Hermitage di San Pietroburgo che si concretizzerà nei prossimi mesi con la prima apertura di una grande mostra a Cagliari.
Nel 2016 è Mantova a divenire per selezione la prima capitale italiana della cultura. Vince con un unico denominatore: la cultura che crea impresa e reddito. Quindi non lucidando per l’ennesima volta i tesori alla Corte dei Gonzaga, ma mettendo in campo una strategia più complessa e comunque già allenata per il fatto di essere la città di Festival Letteratura, evento nato dal basso e oggi crocevia fondamentale nel mercato dell’editoria italiana, in
grado di drenare da solo risorse e indotto ben superiori allo stesso montepremi da 1 milione di Euro ottenuto con il titolo vinto. Nel 2016, e la cosa non è un caso, Festival Letteratura festeggia i vent’anni di attività.
Mantova 2016 è anche la piattaforma sulla quale collocare una importante strategia di riuso dei propri paesaggi urbani. In questa cornice si iscrive “Arcipelago di Ocno”, un’installazione di passerelle galleggianti nel lago di fronte al Castello di San Giorgio che Joseph Grima (architetto, ex direttore di Domus, direttore artistico di Matera Capitale Europea della Cultura 2019) e Studio Space Caviar hanno realizzato insieme a un gruppo di carcerati. L’intervento non è la copia in piccolo di “Floating Piers” (la ciclopica
passeggiata a pelo d’acqua sul Lago d’Iseo ideata da Christo e aperta per soli 15 giorni a giugno di quest’anno) ma un palcoscenico semi-permanente da utilizzare per performance e laboratori.
Pistoia, già capitale internazionale dei vivai per piante ornamentali, ma non proprio una destinazione immancabile di un ipotetico “grand tour” oggi, sarà capitale italiana della cultura nel 2017. Ancor più che a Mantova, a Pistoia ha vinto un dossier di candidatura fortemente teso a descrivere il paesaggio abitato che la città vorrà inseguire nei prossimi anni. E’ “la città di tutti”, che detta così è perfino un po’ troppo facile, ma certamente ha il pregio di spalancare le porte a chi cerca la tensione di nuove forme culturali, di vederle all’opera su luoghi rinati grazie a nuove forme di linguaggio, e al contrario di (soc)chiuderle a chi pensa ancora di risolversela con una contabilità di monumenti ed eventi. Sicuramente questa affermazione di Pistoia non potrà che tornare utile anche a Prato, che dista soli 20 km e sta emergendo nel panorama nazionale come grande laboratorio del Contemporaneo (si pensi alla grande apertura della nuova ala del Museo Pecci prevista a giorni e al concorso internazionale di idee per il nuovo Parco Centrale che ha recentemente impegnato centinaia di studi di landscape provenienti da tutto il mondo). E ancora non potrà che aiutare la riconoscibilità di quella macro città lineare che oggi unisce per densità Firenze, Prato, Pistoia e Lucca.

C.I.C. 2018
Ed eccoci alle candidature per il 2018.
Se nel 2015 si è avuto un primo anno sperimentale con 5 città capitale e nel biennio 2016-2017 si sono contese il titolo 24 città, per il 2018 sono in lizza 21 città, segno che lo strumento attuato dal Mibact è in crescita e raccoglie l’interesse dei decisori. Le città sono: Alghero, Aliano, Altamura, Aquileia, Caserta, Comacchio, Cosenza, Ercolano, Iglesias, Montebelluna, La Spezia, Ostuni, Palermo, Piazza Armerina, Recanati, Settimo Torinese, Spoleto, Trento, Unione dei Comuni Elimo Ericini, Vittorio Veneto e la candidatura
congiunta di Viterbo-Orvieto-Chiusi.
Innanzitutto va registrata una partecipazione nettamente predominante di città del Centro e del Sud-Italia, forse perché vedono nella candidatura un buon modo per intraprendere un nuovo corso progettuale meno spontaneo.
Nel passaggio dal primo bando (candidatura su due anni, 2016 e 2017) al secondo (candidatura solo per il 2018) le regioni rappresentate passano da 13 a 15, con l’ingresso solo recente di Veneto e Trentino Alto Adige, che pure erano stati grandi promotori della candidatura di tutto il Nordest a capitale europea della cultura 2019. Altrettanto, se si escludono le regioni che saranno rappresentate con la capitale aggiudicata nel 2016 (Lombardia con Mantova) e 2017 (Toscana con Pistoia), quelle che mai ancora si sono
affacciate all’ipotesi di candidatura (Valle d’Aosta e Molise) e l’Abruzzo (che ha solo tentato una timida candidatura con Sulmona nel primo bando), da questa tornata tutte le regioni italiane sono rappresentate.
A parte il capire come si stiano muovendo le sole tre città candidate che puntano al titolo fin dal primo anno (Aquileia, Spoleto, Ercolano; quest’ultima considerata da molti già vincitrice nel 2016, peraltro senza particolari ragioni di merito), la competizione appare quindi reale e molto frequentata soprattutto da città medie e medio-piccole, con due sole
eccezioni opposte tra loro per carico demografico, Palermo e Aliano.
Ora, se alla massa critica demografica corrispondesse una altrettanta massa critica culturale e di contenuti dovremmo già oggi decretare come vincitrice Palermo, città di oltre 670.000 abitanti. Ma ormai sappiamo già che non è così, perché anzi le due scelte precedenti di Mantova (49.000 abitanti) e Pistoia (90.000 abitanti) sembrano preferire appunto città medie, non grandi. E di nuovo allora potrebbero risultare vincitrici Trento (117.000 abitanti), La Spezia (100.000 abitanti), Caserta (76.000 abitanti) oppure Cosenza (67.000 abitanti); oppure perfino Settimo Torinese (48.000 abitanti), rispetto alla quale appare affascinante immaginare quale storytelling urbano possa rappresentare la nuova identità di una città nata sostanzialmente come costola residenziale di Torino. Che dire poi della antica città romana di Aquileia che di abitanti ne conta solo 3.300?
Nel leggere questa nuova geografia competitiva compaiono alcuni indicatori curiosi.
Come è possibile ad esempio che due piccole città come Vittorio Veneto e Montebelluna, distanti tra loro ben 38 km, provino a candidarsi reciprocamente in sordina per la stessa corona in sfregio a qualunque appello finalizzato a definire una più ampia strategia territoriale? La prima è reduce da un ricco decennio sperimentale di piattaforme urbane, artistiche e culturali (Festival Comodamente, Codalunga, Visitando Vittorio Veneto, City Display, Vittorio Veneto Film Festival, …) che può rappresentare il giusto contraltare alla scadenza del Centenario dalla Fine della Grande Guerra nel 2018; nonostante ciò l’unica strategia visibile sui canali social sembra puntare tutto sul payoff “Vittorio Veneto aumenta volume”, trovandosi quindi, prima ancora di partire, a dover prendere le distanze da
ipotetici consumi di suolo proprio nell’anno in cui a livello nazionale e locale è nato un fronte politico comune di condanna. Montebelluna, città mondiale della scarpa sportiva, ha realizzato in meno di due anni un coraggioso processo di valorizzazione urbana secondo un modello ad arcipelago che rimanda alle più importanti esperienze europee. Possibile invece che una accorta regia regionale o provinciale (cui spetta ancora per legge il
coordinamento nei territori delle questioni urbane e culturali) non abbia saputo evitare questo imbarazzante confronto in casa?
Risulta altrettanto curiosa la candidatura di Aliano, piccolo paese di 1.008 abitanti in Basilicata, che si candida per il 2018 bene sapendo che il suo capoluogo provinciale Matera, che di abitanti ne fa oltre 60.000, sarà capitale europea della cultura 2019. Come minimo siamo di fronte a un eccesso di sicurezza. Appare poi non secondario capire la strategia delle città che ci provano sempre: Aquileia, Spoleto, Ercolano. Il loro è un “dossier a prescindere”, nel senso che si attua in ogni caso, oppure si adatta di anno in anno cercando di intercettare i desiderata del bando? Ad esempio quello elaborato per Aquileia appare davvero “a prescindere”, proprio perché la
strategia di candidatura risulta integralmente schiacciata sulla matrice archeologica della città. Ma quale la novità di divenire capitale italiana della cultura rispetto al mandato di rendere sempre più organizzata l’offerta del proprio patrimonio di base?

CONCLUSIONI
In sostanza sembra consolidarsi il criterio secondo il quale vince il titolo di capitale italiana della cultura chi guarda ad essa come farebbe il grande geografo Franco Farinelli, che vede la cultura come “l’ultimo grande manipolatore di senso che ci resta” ed ha il coraggio o la lungimiranza di ibridare i costituenti di base della propria città per ottenerne degli altri,
di nuovi, e così rinnovare fortemente il desiderio di abitarla o viverla anche solo per un giorno. Se risultasse effettivamente questo il requisito primario allora sarebbero perfino svantaggiate tutte le città che possono rivendicare un proprio Pantheon culturale; e al contrario risulterebbero favorite quelle che partono da zero e sono obbligate a ripensarsi per raggiungere, grazie alla candidatura, quegli obiettivi di inclusione sociale, partecipazione pubblica e innovazione culturale che il bando ministeriale ha probabilmente ragione di chiedere senza retorica.

Quanti luoghi e territori si lasceranno alle spalle la crisi e entreranno nella Nuova Stagione ammutoliti, svuotati dei valori consueti e incapaci di darsene di nuovi? Temo tanti, perché non è semplice trovare occasioni di allenamento al linguaggio contemporaneo ed è ancora gonfio di piume il cuscino che la Storia ci mette a disposizione in Italia.
Eppure non servono analisti per confermare che la Cultura è a una curva a gomito della sua Storia e che di entrambe il fenomeno dei festival  rappresenta un indicatore fondamentale di comprensione.
Siamo passati dai festival 1.0 mono marca proposti dall’alto (Festival Letteratura, Festival Filosofia, Festival Economia, …) a quelli 2.0 in cui le tematiche si incrociano (Comodamente, Festival della Mente, Festival Città Impresa,…); oggi siamo alle soglie di una stagione 3.0 in cui le comunità che abitano i territori sanno rilanciare esse stesse il modello, vivendo finalmente la Cultura non come ingrediente dolce del tempo libero ma come grande manipolatore di senso che non ci abbandona mai: nel montare i nuovi saperi, nell’usare stili e forme di rappresentazione oggi quanto mai interconnessi, nel costruire nuovi paesaggi tutelando quelli che hanno un lascito storico conclamato (e non sono poi moltissimi).
Il Paesaggio dunque. Quanto retorica su questo in Italia, quanta uso irresponsabile di un termine che l’articolo 9 della Costituzione ha posto sotto tutela, non per farne l’amante segreto di ognuno di noi ma piuttosto per farlo diventare un riferimento quotidiano del nostro progresso. Ce lo dice la Convenzione Europea del Paesaggio, una vera “legge cometa” che ora rischia di allontanarsi lasciandoci pericolosamente al buio se i decisori non avranno la lucidità di capirla e applicarla come si deve. Essa pone la comunità al centro della scena, non le selve normative; da dignità ai brutti e bei  paesaggi, non ai movimenti scomposti del Green; asseconda il coraggio dei grandi nel rompere gli schemi classici del rapporto tra urbano e cultura, tra commercio e turismo, tra istituzione e think tank.
Il Festival Comodamente abita qui. E’ nato dal basso e per sette anni ha attraversato in lungo e in largo la città che lo ospita (Vittorio Veneto), riaprendo luoghi dismessi da decenni, noti ma non conosciuti; ne ha “inventati” di nuovi, semplicemente puntandoli con un dito e mettendoci dentro qualche parola, una musica, un segno a terra, un progetto speciale. Ha voluto dimostrare che la città (ma in questo ogni città) possiede al proprio interno una massa critica di interesse molto superiore a quella che ogni cultore può conoscere, tutto sta nel saperla mettere a sistema, e ha davanti a sé un lungo pezzo di strada da percorre se solo vede alle proprie risorse con nuovi occhi.
Comodamente è quindi oggi il Festival del Paesaggio in Italia. Perché tenacemente cerca le reazioni a catena tra luoghi e persone, sogna si attivi una comunità ben accasata nel
Contemporaneo e non aspetta un treno già passato da tempo.

“A ognuno la libertà di indignarsi o associarsi” 1.
La città intesa come coagulo di maggiori funzioni possibili, come equilibrio tra tessuto e monumenti, non c’è ancora, ma l’indagine fotografica aiuta a trasmettere l’idea che ci sia un destino. Cos’è quindi “un destino” per la città? E’ ciò che la storia genera al di là di sè stessa, è ciò che la vincola “a un passato di cui non ha più memoria e a un futuro che non conosce ancora” 2 , è ciò che si manifesta ogni qualvolta è presente un’infrastruttura ed “oltre” essa la città, nel tempo, prosegue. Succede oltre La Defense a Parigi, oltre le stazioni di Bologna Centrale e Porta Genova a Milano, oltre le Porte a  almanova, oltre il fiume a Vittorio Veneto. Il sistema non ha più ordine, una forma di città latita.
Quindi non esiste infrastruttura senza città che la giustifica, ma non esiste città senza infrastruttura che la delimita. Quando una città supera la propria infrastruttura nascono aspettative; su quest’ultima si depositano i desideri di tutela della “città adulta” (qui posta sul lato ovest) e di progetto sulla “città adolescente” (qui posta sul lato est). La prima è matura, completa, la seconda incompleta.
E’, quest’ultima, la città che non c’è. Interessa capirne i valori, studiarne le mosse, fotografare lo stato presente, per capire se i prossimi occupanti possano ritrovarsi “al di là di ogni definizione commerciale o sociologica” 3 . E’ luogo di crescita quotidiana dell’occupazione urbana (che non fa il tessuto), senza memoria per quanto accaduto e senza certezze, o speranze, per ciò che potrà riservarle il futuro. L’indagine fotografica registra che le prospettive si stanno “chiudendo”, che la casa comincia a prevalere sul giardino, che alcuni nodi urbani sono incerti. E se l’Architettura è gioco sapiente dei volumi sotto la luce 4, di certo la Fotografia è scrittura della luce 5 . Essa ha una contemporaneità assoluta, esiste nel momento in cui è creata, dà evidenza a fatti e attimi di cui non se ne coglierebbe la forza. Per questo è il linguaggio che meglio si adatta a registrare un processo, quello della formazione di una città, che per natura tende al permanente.
Quindi, la città che non c’è è luogo di dubbi, prove, mancanze, istanti; ed anche il testo che la descrive, legato in modo indissolubile allo scatto fotografico, riflette un’immagine istantanea di ciò che rappresenta e ne indaga i punti, non ancora luoghi, nei quali il processo urbano è in corso.
Le immagini raccontano il contrasto tra fatti costruiti di “paesaggio che non c’è” e contorni collinari che, sempre presenti di sfondo, “spuntano” dietro gli elementi edilizi. Si soffermano su inquadrature edilizie puntuali che nulla hanno a che vedere con ciò che accade intorno, ai suoi limiti; ed infatti i particolari sono neutri, indifferenti agli elementi della storia, della natura, del paesaggio. La città che non c’è è una città vuota; la palestra non ha finestre, perché non ha necessità di vedere alcun paesaggio (che deve ancora farsi); le residenze non hanno fronti privilegiati, perché non esistono emergenze che li influenzano; la pista ciclabile è ancora “fuori città”, perchè è oltre fiume; dove ora prevale una estetica da showroom ed una modernità da poveretti 6, con la benedizione di indici e zonizzazioni.
Insomma, il Terzo Veneto “prende forma” o “perde forma”?
“Capire il presente per capire la storia” 7 , invece, è un buon modo per liberarsi dal modello tradizionale che insegna la storia per nozionare il presente, dalla certezza che tutto sia già accaduto in passato e che nulla possa di nuovo accadere. Ciò alimenta atteggiamenti falso-storici, post-storici, e quindi anche post-moderni. E’ giunto il momento, invece, di interrogarsi sul tempo presente dello spazio urbano, nella speranza che indagini di questo tipo producano “passi in avanti, e non salti sul posto” 8 .

1-N. Heinich / 2-G. Didi-Huberman / 3-E.O. Moss / 4-Le Corbusier / 5-J.-C. Bailly / 6-N. Giuliato / 7-Caruso / 8-F. Ferrari

centralità

Non torneranno i prati, è bene dirlo subito.
In questi anni di frequentazione e partecipazione al dibattito schizofrenico sul Paesaggio ho compreso che il Nordest italiano fatica ancora a scendere a patti con la propria storia recente e ad accettare di essere il volto naturale di un mercato legale, spinto dalla Legge Tremonti sui capannoni e da quegli stessi soggetti che, raccogliendo i dividendi a fine anno nelle assemblee delle banche popolari, tornavano poi il primo gennaio a re-investire nello stesso modo. In quel paniere di ricchezza circolare si accomodava la politica di
piccole e medie città, il business di piccoli e medi imprenditori, di piccoli e medi progettisti; insomma una filiera di fatti medio-piccoli che nel bene e nel male, sommati tutti assieme, hanno tracciato il solco di una stagione.

Certo, quella stagione oggi si è schiantata contro i propri stessi limiti, e rischia perfino di essere l’ultima se continua a pensare che “green” significhi solo fare tetti verdi da vedere dall’alto, o approvare nei consigli comunali “varianti verdi” che annullano un recente diritto acquisito di edificabilità dei suoli, o promuovere convegni verdi sul mito contadino di quando si stava meglio quando si stava peggio.

No, non torneranno i prati, e nessuno vorrà o verrà a demolire i capannoni, se non una macchina pubblica miope alla quale manca prima di tutto  materia grey; una materia grigia e non verde, politica e culturale, capace di unire le intelligenze in un pensiero più alto e di riconoscere i nuovi modelli che la crisi necessariamente ci obbliga a ricercare. Al contrario c’è un gran desiderio di nuove comunità a Nordest, forse perché gli strumenti classici della rappresentanza sono in crisi, o perché la politica non ha più ne potere ne linguaggio.

Quando il mercato “tirava” essa aveva il compito di tutelare il consumo di suolo, ma ora che tutto è fermo deve spronare a non vanificare le occasioni di riuso urbano, di ibridazione delle risorse, di formazione di nuove governance che emergono in modo indipendente da molte parti e faticano a trovare una riconoscibilità formale nello stesso soggetto pubblico che le dovrebbe promuovere. Ma si sa, homo homini lupus, e così la politica.
A mancare è sempre il progetto, che prima di essere un paesaggio è una trasformazione consapevole di un territorio, bella o brutta che sia. A mancare è sempre il governo dei temi, o meglio la governance, quella che permette di trasformare buoni progetti in buone pratiche, di trasformare una libera iniziativa in una massa critica che fa tendenza. Ed infatti, di buoni progetti ne abbiamo visti in questi anni, dentro fabbriche d’eccellenza che esportano buoni prodotti e generano anche ottimi luoghi in cui vivere e lavorare. Anzi, abbiamo sperato che essi potessero divenire buone pratiche da emulare, ma ciò non è avvenuto, ed oggi solo un quotidiano a corto di idee può guardare ad essi come al modello da cui ripartire.

No, serve qualcosa di più complesso, narrabile con un linguaggio che oggi è solo alle prime lettere dell’alfabeto e non ha ancora una letteratura di riferimento. Servono luoghi grigi in cui insediare comunità verdi, cioè smart, pensanti, ibride, libere di intraprendere iniziative e dar loro un luogo svincolato dalle destinazioni d’uso predeterminate. Servono nuove centralità, o vecchi luoghi che rinnovino il proprio ruolo di centralità; un po’ come ha fatto Milano durante il ciclone Expo 2015, a tal punto dal rappresentare il polo di riferimento anche per una grossa fetta di Nordest, con buona pace della tradizione storica di “Venezia Dominante” sulle proprie terre.

No, non torneranno i prati, e per questo serve una Green Week nelle Venezie, per raccontare tutto ciò che è verde senza apparire tale.

“Il nuovo nasce in periferia e si riconosce in città”.
Non so davvero se Enzo Rullani, sociologo raffinato e affinato alla dinamica evolutiva dei distretti produttivi, si sia mai reso conto fino in fondo della potenza anticipatrice di questa sua affermazione e di quanto essa possa rappresentare oggi la sintesi di un dibattito che finalmente sta assumendo le giuste proporzioni nel nostro Paese, in cui non abbiamo fortunatamente a che fare con periferie pericolose, quanto piuttosto con periferie “prive di senso” e di quella urbanità che rappresenta da sempre il tratto tipico della città italiana riconoscibile nel mondo.

Gli fa eco Ezio Micelli quando dice “Tutta città, tutta periferia”, non credo in forma provocatoria, ma per significare che il dado ormai è tratto e che se la piazza è periferia, e viceversa, allora dobbiamo accettare che il sistema di riferimento è mutato. Siamo spiazzati, letteralmente “fuori dalla piazza”, e già dieci anni fa Aldo Cazzullo ci descriveva così nel suo “Outlet Italia. Viaggio nel paese in svendita”: “La domenica, le piazze italiane sono vuote. Quasi deserti gli stadi, le chiese, i cinema, i tradizionali luoghi della vita sociale. Sono tutti all’outlet”. Appunto, tutta città tutta periferia.

Ma ora, dove e come cercare nuove centralità? E, soprattutto, come dare valore a questo paesaggio che appare così come trovato ed è addirittura gravato da una massiccia e diffusa presenza di retorica a buon mercato, di gufi radicali, di fuoco amico, di cozze nostalgiche ed epigoni di maestri più tesi ad un’idea di cultura domenicale e parassitaria? Cento volte ho sentito dire a Franco Farinelli, geografo senza nostalgia per il sapore delle vecchie mappe, che “la cultura è l’ultimo manipolatore di senso che ci resta”. Non è sufficiente quindi ricercarla solo in mostre e concerti, quanto piuttosto nelle pieghe che caratterizzano le azioni dell’uomo. Inutile aggiungere che io sono d’accordo con lui.

 

Ad esempio sono emerse proprio da luoghi dismessi e periferici del Nordest italiano le prime piattaforme culturali fondate sull’ibridazione dei saperi (Festival Comodamente, dal 2007 al 2013, Festival Città Impresa, attivo ancora oggi; Provincia Italiana, itinerante nei territori e promossa con la Biennale di Architettura veneziana nel 2010), ed esse sono state capaci di promuovere le prime ricerche creative per reagire al dramma antropologico dei capannoni lasciati vuoti dalla crisi (ancorchè identitari) o da una incauta defiscalizzazione in caso di nuova edificazione degli stessi.

Sempre il Veneto da soli pochi giorni ha licenziato una legge sul contenimento del consumo di suolo che, se in molte sue parti risponde ancora a logiche predeterministiche dell’Urbanistica novecentesca, all’art.8 promuove e regolamenta per la prima volta in Italia gli interventi di riuso temporaneo dei luoghi dismessi non a partire dalle destinazioni d’uso vigenti (per le quali andrebbe serenamente intonato un “de profundis”) ma dalle attività “immateriali” (creatività, cultura, loisir, commercio ed ospitalità temporanee, ..) che dimostrano con un programma di riuso di poter generare valore per il bene “materiale”, promuovere nuovi spazi di relazione e sostenere iniziative dal basso.

Ecco che improvvisamente e perfino inaspettatamente (per i vincoli di cui sopra) tutto si tiene: luoghi dismessi e “beni immateriali”, tradizione e innovazione, secondo quello storico principio che è sempre tornato ad emergere nelle interfacce stilistiche tra una stagione ed un’altra. Ma non deve stupirci, tanto siamo in transito dal modo di produzione industriale al modo di produzione digitale, da città fordista a smart city e smart land, dai modelli deterministici alla forza dell’informale (che non è più necessariamente contrario di istituzionale), da stato decisore all’autodeterminazione di processi partecipati dal basso.

Già, la partecipazione. In poco tempo è divenuta un fenomeno di (non) successo, come creatività, paesaggio, cultura: termini talmente importanti per il futuro del nostro Paese da far venire la voglia di tutelarli con un anno sabbatico. Ma non potendo, ed anzi sperando che entrino definitivamente nelle agende politiche con portafoglio (cosa che effettivamente è accaduta con il recente bando nazionale sulle periferie), sono convinto che vada alimentata una riflessione meno sentimentale sugli strumenti con i quali la prima (partecipazione) e i secondi (creatività, paesaggio, cultura) vanno in scena. Non vi è infatti pratica pubblica più sartoriale dei processi partecipativi, tanto essi possono mutare a seconda delle condizioni progettuali, degli stakeholder in gioco, del percepito popolare e politico.

Considero quindi perfino dannose le “sessioni sfogatoio a prescindere”, nelle quali la partecipazione coincide sostanzialmente con un’abbuffata pubblica di desiderata tutti riassumibili nel concetto “voglio quella data cosa in quel dato posto”. Plaudo invece alle occasioni di ragionamento profondo, perché oggi “fare partecipazione” significa “fare città” con nuovi linguaggi, significa proporre criteri non urbanistici ma urbani, non chiusi ma aperti, non ostinatamente predeterminati ma adattabili e sereni nell’accettare l’inconsapevolezza dei processi, civici e non solo giuridici. Significa anche porre le basi per una nuova classe dirigente, perché sempre da lì si (ri)parte.

PREMESSA
In Italia è sempre emerso un criterio con il quale selezionare le città italiane da visitare, anche perché siamo un Paese con un eccesso d’offerta.
Fino ai primi decenni del ‘900 andavano forte le città del “Grand Tour” (Milano, Venezia, Firenze, Roma, Napoli, ..), raggiunte dai giovani rampolli aristocratici d’Europa per apprendere i valori del Classico. Poi sono venute le “Città d’Arte”, un termine meno fortunato, quasi da “sotto il vestito niente”, inseguito soprattutto dalle piccole amministrazioni di provincia per poter attuare limiti d’orario più flessibili all’apertura dei negozi.
Ora, a due anni di distanza dalla sua attivazione, ma soprattutto nella stagione in cui il sistema dei poteri, il ruolo delle rappresentanze territoriali e la stessa definizione di cultura stanno mutando radicalmente, è possibile tracciare una prima riflessione critica su cosa possano rappresentare le “Città Capitale Italiana della Cultura”.
Lo scorso 30 giugno è scaduto il termine di consegna per la candidatura 2018 e il solo elenco ufficiale delle città partecipanti alla selezione sembra confermare l’esistenza di una nuova geografia culturale mai emersa fino ad ora.

LA PIATTAFORMA C.I.C.
Il titolo di “Città Capitale Italiana della Cultura” viene formalmente istituito all’interno della Legge Art Bonus (Decreto Legge 31 maggio 2014, n. 83) e prende importanza grazie al volano positivo generatosi con la  partecipazione di molte città al processo di selezione per la Capitale Europea della Cultura 2019, assegnata per quell’anno all’Italia e alla Bulgaria.
Chi scrive ha partecipato attivamente alla candidatura sfortunata di “Venezia con il Nordest” e ricorda perfettamente il clima di grande stimolo che accompagnava il progetto e il suo ragionare oltre la logica dei musei, oltre la sommatoria di eventi per il tempo libero, elaborando un programma che ibridasse tutti i meccanismi attuativi della società. Era ancora forte l’eco della frase infelice attribuita a Giulio Tremonti, “con la cultura non si
mangia”, ma ormai si era messo in moto un nuovo paesaggio culturale che tendeva a ibridare posizioni apparentemente distanti.
Nel 2015 il titolo viene quindi attribuito “per merito” alle cinque città che perdono il confronto finale con Matera per divenire Capitale Europea della Cultura 2019: Cagliari, Ravenna, Lecce, Perugia e Siena. E’ un anno sperimentale, non solo una prima attuazione di un “titolo declassato” (da capitale europea a capitale italiana); serve per impostare relazioni mai immaginate fino a prima, certo anche su scala europea, e ad esempio Cagliari lo interpreta al meglio attuando un importante protocollo di scambio con il Museo Hermitage di San Pietroburgo che si concretizzerà nei prossimi mesi con la prima apertura di una grande mostra a Cagliari.
Nel 2016 è Mantova a divenire per selezione la prima capitale italiana della cultura. Vince con un unico denominatore: la cultura che crea impresa e reddito. Quindi non lucidando per l’ennesima volta i tesori alla Corte dei Gonzaga, ma mettendo in campo una strategia più complessa e comunque già allenata per il fatto di essere la città di Festival Letteratura, evento nato dal basso e oggi crocevia fondamentale nel mercato dell’editoria italiana, in
grado di drenare da solo risorse e indotto ben superiori allo stesso montepremi da 1 milione di Euro ottenuto con il titolo vinto. Nel 2016, e la cosa non è un caso, Festival Letteratura festeggia i vent’anni di attività.
Mantova 2016 è anche la piattaforma sulla quale collocare una importante strategia di riuso dei propri paesaggi urbani. In questa cornice si iscrive “Arcipelago di Ocno”, un’installazione di passerelle galleggianti nel lago di fronte al Castello di San Giorgio che Joseph Grima (architetto, ex direttore di Domus, direttore artistico di Matera Capitale Europea della Cultura 2019) e Studio Space Caviar hanno realizzato insieme a un gruppo di carcerati. L’intervento non è la copia in piccolo di “Floating Piers” (la ciclopica
passeggiata a pelo d’acqua sul Lago d’Iseo ideata da Christo e aperta per soli 15 giorni a giugno di quest’anno) ma un palcoscenico semi-permanente da utilizzare per performance e laboratori.
Pistoia, già capitale internazionale dei vivai per piante ornamentali, ma non proprio una destinazione immancabile di un ipotetico “grand tour” oggi, sarà capitale italiana della cultura nel 2017. Ancor più che a Mantova, a Pistoia ha vinto un dossier di candidatura fortemente teso a descrivere il paesaggio abitato che la città vorrà inseguire nei prossimi anni. E’ “la città di tutti”, che detta così è perfino un po’ troppo facile, ma certamente ha il pregio di spalancare le porte a chi cerca la tensione di nuove forme culturali, di vederle all’opera su luoghi rinati grazie a nuove forme di linguaggio, e al contrario di (soc)chiuderle a chi pensa ancora di risolversela con una contabilità di monumenti ed eventi. Sicuramente questa affermazione di Pistoia non potrà che tornare utile anche a Prato, che dista soli 20 km e sta emergendo nel panorama nazionale come grande laboratorio del Contemporaneo (si pensi alla grande apertura della nuova ala del Museo Pecci prevista a giorni e al concorso internazionale di idee per il nuovo Parco Centrale che ha recentemente impegnato centinaia di studi di landscape provenienti da tutto il mondo). E ancora non potrà che aiutare la riconoscibilità di quella macro città lineare che oggi unisce per densità Firenze, Prato, Pistoia e Lucca.

C.I.C. 2018
Ed eccoci alle candidature per il 2018.
Se nel 2015 si è avuto un primo anno sperimentale con 5 città capitale e nel biennio 2016-2017 si sono contese il titolo 24 città, per il 2018 sono in lizza 21 città, segno che lo strumento attuato dal Mibact è in crescita e raccoglie l’interesse dei decisori. Le città sono: Alghero, Aliano, Altamura, Aquileia, Caserta, Comacchio, Cosenza, Ercolano, Iglesias, Montebelluna, La Spezia, Ostuni, Palermo, Piazza Armerina, Recanati, Settimo Torinese, Spoleto, Trento, Unione dei Comuni Elimo Ericini, Vittorio Veneto e la candidatura
congiunta di Viterbo-Orvieto-Chiusi.
Innanzitutto va registrata una partecipazione nettamente predominante di città del Centro e del Sud-Italia, forse perché vedono nella candidatura un buon modo per intraprendere un nuovo corso progettuale meno spontaneo.
Nel passaggio dal primo bando (candidatura su due anni, 2016 e 2017) al secondo (candidatura solo per il 2018) le regioni rappresentate passano da 13 a 15, con l’ingresso solo recente di Veneto e Trentino Alto Adige, che pure erano stati grandi promotori della candidatura di tutto il Nordest a capitale europea della cultura 2019. Altrettanto, se si escludono le regioni che saranno rappresentate con la capitale aggiudicata nel 2016 (Lombardia con Mantova) e 2017 (Toscana con Pistoia), quelle che mai ancora si sono
affacciate all’ipotesi di candidatura (Valle d’Aosta e Molise) e l’Abruzzo (che ha solo tentato una timida candidatura con Sulmona nel primo bando), da questa tornata tutte le regioni italiane sono rappresentate.
A parte il capire come si stiano muovendo le sole tre città candidate che puntano al titolo fin dal primo anno (Aquileia, Spoleto, Ercolano; quest’ultima considerata da molti già vincitrice nel 2016, peraltro senza particolari ragioni di merito), la competizione appare quindi reale e molto frequentata soprattutto da città medie e medio-piccole, con due sole
eccezioni opposte tra loro per carico demografico, Palermo e Aliano.
Ora, se alla massa critica demografica corrispondesse una altrettanta massa critica culturale e di contenuti dovremmo già oggi decretare come vincitrice Palermo, città di oltre 670.000 abitanti. Ma ormai sappiamo già che non è così, perché anzi le due scelte precedenti di Mantova (49.000 abitanti) e Pistoia (90.000 abitanti) sembrano preferire appunto città medie, non grandi. E di nuovo allora potrebbero risultare vincitrici Trento (117.000 abitanti), La Spezia (100.000 abitanti), Caserta (76.000 abitanti) oppure Cosenza (67.000 abitanti); oppure perfino Settimo Torinese (48.000 abitanti), rispetto alla quale appare affascinante immaginare quale storytelling urbano possa rappresentare la nuova identità di una città nata sostanzialmente come costola residenziale di Torino. Che dire poi della antica città romana di Aquileia che di abitanti ne conta solo 3.300?
Nel leggere questa nuova geografia competitiva compaiono alcuni indicatori curiosi.
Come è possibile ad esempio che due piccole città come Vittorio Veneto e Montebelluna, distanti tra loro ben 38 km, provino a candidarsi reciprocamente in sordina per la stessa corona in sfregio a qualunque appello finalizzato a definire una più ampia strategia territoriale? La prima è reduce da un ricco decennio sperimentale di piattaforme urbane, artistiche e culturali (Festival Comodamente, Codalunga, Visitando Vittorio Veneto, City Display, Vittorio Veneto Film Festival, …) che può rappresentare il giusto contraltare alla scadenza del Centenario dalla Fine della Grande Guerra nel 2018; nonostante ciò l’unica strategia visibile sui canali social sembra puntare tutto sul payoff “Vittorio Veneto aumenta volume”, trovandosi quindi, prima ancora di partire, a dover prendere le distanze da
ipotetici consumi di suolo proprio nell’anno in cui a livello nazionale e locale è nato un fronte politico comune di condanna. Montebelluna, città mondiale della scarpa sportiva, ha realizzato in meno di due anni un coraggioso processo di valorizzazione urbana secondo un modello ad arcipelago che rimanda alle più importanti esperienze europee. Possibile invece che una accorta regia regionale o provinciale (cui spetta ancora per legge il
coordinamento nei territori delle questioni urbane e culturali) non abbia saputo evitare questo imbarazzante confronto in casa?
Risulta altrettanto curiosa la candidatura di Aliano, piccolo paese di 1.008 abitanti in Basilicata, che si candida per il 2018 bene sapendo che il suo capoluogo provinciale Matera, che di abitanti ne fa oltre 60.000, sarà capitale europea della cultura 2019. Come minimo siamo di fronte a un eccesso di sicurezza. Appare poi non secondario capire la strategia delle città che ci provano sempre: Aquileia, Spoleto, Ercolano. Il loro è un “dossier a prescindere”, nel senso che si attua in ogni caso, oppure si adatta di anno in anno cercando di intercettare i desiderata del bando? Ad esempio quello elaborato per Aquileia appare davvero “a prescindere”, proprio perché la
strategia di candidatura risulta integralmente schiacciata sulla matrice archeologica della città. Ma quale la novità di divenire capitale italiana della cultura rispetto al mandato di rendere sempre più organizzata l’offerta del proprio patrimonio di base?

CONCLUSIONI
In sostanza sembra consolidarsi il criterio secondo il quale vince il titolo di capitale italiana della cultura chi guarda ad essa come farebbe il grande geografo Franco Farinelli, che vede la cultura come “l’ultimo grande manipolatore di senso che ci resta” ed ha il coraggio o la lungimiranza di ibridare i costituenti di base della propria città per ottenerne degli altri,
di nuovi, e così rinnovare fortemente il desiderio di abitarla o viverla anche solo per un giorno. Se risultasse effettivamente questo il requisito primario allora sarebbero perfino svantaggiate tutte le città che possono rivendicare un proprio Pantheon culturale; e al contrario risulterebbero favorite quelle che partono da zero e sono obbligate a ripensarsi per raggiungere, grazie alla candidatura, quegli obiettivi di inclusione sociale, partecipazione pubblica e innovazione culturale che il bando ministeriale ha probabilmente ragione di chiedere senza retorica.

Quanti luoghi e territori si lasceranno alle spalle la crisi e entreranno nella Nuova Stagione ammutoliti, svuotati dei valori consueti e incapaci di darsene di nuovi? Temo tanti, perché non è semplice trovare occasioni di allenamento al linguaggio contemporaneo ed è ancora gonfio di piume il cuscino che la Storia ci mette a disposizione in Italia.
Eppure non servono analisti per confermare che la Cultura è a una curva a gomito della sua Storia e che di entrambe il fenomeno dei festival  rappresenta un indicatore fondamentale di comprensione.
Siamo passati dai festival 1.0 mono marca proposti dall’alto (Festival Letteratura, Festival Filosofia, Festival Economia, …) a quelli 2.0 in cui le tematiche si incrociano (Comodamente, Festival della Mente, Festival Città Impresa,…); oggi siamo alle soglie di una stagione 3.0 in cui le comunità che abitano i territori sanno rilanciare esse stesse il modello, vivendo finalmente la Cultura non come ingrediente dolce del tempo libero ma come grande manipolatore di senso che non ci abbandona mai: nel montare i nuovi saperi, nell’usare stili e forme di rappresentazione oggi quanto mai interconnessi, nel costruire nuovi paesaggi tutelando quelli che hanno un lascito storico conclamato (e non sono poi moltissimi).
Il Paesaggio dunque. Quanto retorica su questo in Italia, quanta uso irresponsabile di un termine che l’articolo 9 della Costituzione ha posto sotto tutela, non per farne l’amante segreto di ognuno di noi ma piuttosto per farlo diventare un riferimento quotidiano del nostro progresso. Ce lo dice la Convenzione Europea del Paesaggio, una vera “legge cometa” che ora rischia di allontanarsi lasciandoci pericolosamente al buio se i decisori non avranno la lucidità di capirla e applicarla come si deve. Essa pone la comunità al centro della scena, non le selve normative; da dignità ai brutti e bei  paesaggi, non ai movimenti scomposti del Green; asseconda il coraggio dei grandi nel rompere gli schemi classici del rapporto tra urbano e cultura, tra commercio e turismo, tra istituzione e think tank.
Il Festival Comodamente abita qui. E’ nato dal basso e per sette anni ha attraversato in lungo e in largo la città che lo ospita (Vittorio Veneto), riaprendo luoghi dismessi da decenni, noti ma non conosciuti; ne ha “inventati” di nuovi, semplicemente puntandoli con un dito e mettendoci dentro qualche parola, una musica, un segno a terra, un progetto speciale. Ha voluto dimostrare che la città (ma in questo ogni città) possiede al proprio interno una massa critica di interesse molto superiore a quella che ogni cultore può conoscere, tutto sta nel saperla mettere a sistema, e ha davanti a sé un lungo pezzo di strada da percorre se solo vede alle proprie risorse con nuovi occhi.
Comodamente è quindi oggi il Festival del Paesaggio in Italia. Perché tenacemente cerca le reazioni a catena tra luoghi e persone, sogna si attivi una comunità ben accasata nel
Contemporaneo e non aspetta un treno già passato da tempo.

“A ognuno la libertà di indignarsi o associarsi” 1.
La città intesa come coagulo di maggiori funzioni possibili, come equilibrio tra tessuto e monumenti, non c’è ancora, ma l’indagine fotografica aiuta a trasmettere l’idea che ci sia un destino. Cos’è quindi “un destino” per la città? E’ ciò che la storia genera al di là di sè stessa, è ciò che la vincola “a un passato di cui non ha più memoria e a un futuro che non conosce ancora” 2 , è ciò che si manifesta ogni qualvolta è presente un’infrastruttura ed “oltre” essa la città, nel tempo, prosegue. Succede oltre La Defense a Parigi, oltre le stazioni di Bologna Centrale e Porta Genova a Milano, oltre le Porte a  almanova, oltre il fiume a Vittorio Veneto. Il sistema non ha più ordine, una forma di città latita.
Quindi non esiste infrastruttura senza città che la giustifica, ma non esiste città senza infrastruttura che la delimita. Quando una città supera la propria infrastruttura nascono aspettative; su quest’ultima si depositano i desideri di tutela della “città adulta” (qui posta sul lato ovest) e di progetto sulla “città adolescente” (qui posta sul lato est). La prima è matura, completa, la seconda incompleta.
E’, quest’ultima, la città che non c’è. Interessa capirne i valori, studiarne le mosse, fotografare lo stato presente, per capire se i prossimi occupanti possano ritrovarsi “al di là di ogni definizione commerciale o sociologica” 3 . E’ luogo di crescita quotidiana dell’occupazione urbana (che non fa il tessuto), senza memoria per quanto accaduto e senza certezze, o speranze, per ciò che potrà riservarle il futuro. L’indagine fotografica registra che le prospettive si stanno “chiudendo”, che la casa comincia a prevalere sul giardino, che alcuni nodi urbani sono incerti. E se l’Architettura è gioco sapiente dei volumi sotto la luce 4, di certo la Fotografia è scrittura della luce 5 . Essa ha una contemporaneità assoluta, esiste nel momento in cui è creata, dà evidenza a fatti e attimi di cui non se ne coglierebbe la forza. Per questo è il linguaggio che meglio si adatta a registrare un processo, quello della formazione di una città, che per natura tende al permanente.
Quindi, la città che non c’è è luogo di dubbi, prove, mancanze, istanti; ed anche il testo che la descrive, legato in modo indissolubile allo scatto fotografico, riflette un’immagine istantanea di ciò che rappresenta e ne indaga i punti, non ancora luoghi, nei quali il processo urbano è in corso.
Le immagini raccontano il contrasto tra fatti costruiti di “paesaggio che non c’è” e contorni collinari che, sempre presenti di sfondo, “spuntano” dietro gli elementi edilizi. Si soffermano su inquadrature edilizie puntuali che nulla hanno a che vedere con ciò che accade intorno, ai suoi limiti; ed infatti i particolari sono neutri, indifferenti agli elementi della storia, della natura, del paesaggio. La città che non c’è è una città vuota; la palestra non ha finestre, perché non ha necessità di vedere alcun paesaggio (che deve ancora farsi); le residenze non hanno fronti privilegiati, perché non esistono emergenze che li influenzano; la pista ciclabile è ancora “fuori città”, perchè è oltre fiume; dove ora prevale una estetica da showroom ed una modernità da poveretti 6, con la benedizione di indici e zonizzazioni.
Insomma, il Terzo Veneto “prende forma” o “perde forma”?
“Capire il presente per capire la storia” 7 , invece, è un buon modo per liberarsi dal modello tradizionale che insegna la storia per nozionare il presente, dalla certezza che tutto sia già accaduto in passato e che nulla possa di nuovo accadere. Ciò alimenta atteggiamenti falso-storici, post-storici, e quindi anche post-moderni. E’ giunto il momento, invece, di interrogarsi sul tempo presente dello spazio urbano, nella speranza che indagini di questo tipo producano “passi in avanti, e non salti sul posto” 8 .

1-N. Heinich / 2-G. Didi-Huberman / 3-E.O. Moss / 4-Le Corbusier / 5-J.-C. Bailly / 6-N. Giuliato / 7-Caruso / 8-F. Ferrari

a cura di Sarah Amari

realizzazione sito di Ivan Valvassori