ASPRO
STUDIO

a cura di Sarah Amari

realizzazione sito di Ivan Valvassori

Era giugno 2009 che mi decisi a rendere pubblico un gioco lessicale nato per caso chiacchierando con un amico che di parole sapeva. Nasceva così il “casannone”, casa + capannone, una sintesi tipologica che tentava di dare dignità ad uno dei fenomeni trasformativi più significativi che abbia conosciuto nel ‘900 la parte di Pianura Padana a trazione economica.
Era poi l’8 giugno 2010 quando lanciammo dalle pagine del Corriere della Sera il dibattito sul riuso creativo dei capannoni, quelli che la Legge Far West (altrimenti detta Legge Tremonti) aveva rapidamente distribuito nei territori italiani in cui faceva più presa il motto “paga meno tasse, fai metri cubi!” e aveva poi altrettanto abbandonato come si fa con i set di un film alla fine delle riprese. Si poneva in quelle poche righe un chiaro invito ad uscire dalla stagione del lutto e a negoziare una nuova idea di paesaggio per quelle terre piene di “intrusi”, che altro non erano che la forma costruita di una esigenza politica, sociale e culturale. Perché il paesaggio è stato, è e sempre sarà quello che tu fai, quello che una comunità consapevole trasforma a colpi di tutela, gestione e innovazione. Perché il paesaggio non è più soltanto il bel paesaggio.
Nel 2011 iniziammo con Fondazione Francesco Fabbri, Festival Città Impresa, molte università italiane, soggetti pubblici e soggetti privati un ciclo di workshop dedicato ai molti casi reali di capannone senza padrone, alla ricerca di uno nuovo senso critico e di una consapevolezza maggiore su temi divenuti improvvisamente complessi.
Sono seguite altre riflessioni ed esperienze professionali a tema, ma due su tutte hanno il volto reale della soluzione che sta alla portata di tutti.
La prima sempre nel 2011, Verona Reload, ha costruito in tre mesi uno scenario di trasformazione per il più importante approvvigionamento ferroviario del Nord Italia, realizzato ex novo e andato dismesso in meno di quindici anni. Il primo atto di riuso fu quello di demolire davanti ai giornalisti e agli abitanti del quartiere di Porto San Pancrazio il muro in calcestruzzo lungo cinquanta metri che impediva la vista verso il Parco Rurale dell’Adige, e poi di realizzare in soli quattro giorni quello che divenne subito il più grande spazio pubblico del quartiere, composto con i materiali recuperati in situ e pronto a cambiare la sua forma con l’alternanza delle stagioni. Purtroppo l’amministratore pubblico che fece ostruzionismo al progetto, fino a bloccarne il proseguo, è ancora oggi alle prese con i guai giudiziari maturati in anni di libero arbitrio…
La seconda nel 2014, Soligo Reload, ha adottato e approvato sempre in tre mesi un accordo pubblico privato che rivoluziona l’approccio ai grandi comparti del lavoro andati dismessi, perché sceglie di premiare un tema progettuale forte (realizzare un Parco Sociale produttivo dentro le aree di una nota cooperativa lattiero casearia in Veneto) e di salvare a tal fine l’intera volumetria esistente nonostante la norma di piano ne prevedesse la demolizione. Ad oggi sono già stati realizzati due dei quaranta edifici che compongono il comparto e molti player territoriali sono impegnati a proseguire.
Tutto ciò segnala certamente un fermento in capo alla questione, ma ancora troppo poco ampio per poter impattare positivamente su un’area territoriale così densa.
Di fatto il capannone come “soldato armato” di un modello di sviluppo vive ora una lenta agonia schizofrenica perso nella foresta. Un giorno si discute del suo valore pari quasi a zero, ed un altro del fatto che una sua possibile soluzione la si può ricercare in quel Campo Complesso fatto di letture progettuali ibride, di riscritture di interi impianti normativi, fiscali ed urbanistici, di maggior consapevolezza da parte delle classi dirigenti e delle masse sociali che oggi sanno reagire al più insediando un comitato spontaneo no- cemento. Ma quanti sono disposti ad entrarvi?
Una Borsa dell’Abbandono imposta agli stessi decisori pubblici e alle categorie economiche che ne hanno abusato aiuterebbe almeno a generare la mappatura reale del fenomeno, che resta ancora oggi sotto taciuta per paura che certifichi definitivamente il disastro economico di quei beni. L’unico caso serio che conosco ad oggi è “Padania Classic”, un atlante dell’immaginario che il bresciano Filippo Minelli ha messo insieme per cercare di indagare il senso delle cose come trovate, un po’ come fece tanti anni fa Bob Venturi con “Learning from Las Vegas”.
Così (non) facendo si moltiplica il pulviscolo di azioni inutili (le aste deserte, i proclami di demolizione dei mostri di cemento, le filippiche tardo-culturali dei radical chic e dei loro giornalisti di riferimento, i disegni di legge che si arenano subito in molte commissioni, …) utile solo a confondere il passo già ciondolante della Politica.
Perché è sempre lì che è giusto tornare.
Anche le regioni a Nordest non hanno mai definitivamente approvato il proprio Piano Paesaggistico, ed anzi il Veneto è riuscito ad adottare in coda alla precedente legislatura un documento che istituisce perfino il criterio del “vincolo vestito” per gli ambiti urbani storici già soggetti a tutela, dimenticando tutto il resto ed infischiandosene totalmente di cogliere l’occasione per aprire un dibattito serio su un fenomeno che evidentemente non si risolve più a colpi di norme e che invece ha bisogno di tanto allenamento culturale.
Volenti o nolenti oggi si torna a mettere al centro il valore del progetto, quello che si è immaginato di norma(lizza)re in ogni modo nonostante i miti di riferimento (Alessandro Rossi a Schio, i Marzotto a Valdagno, Adriano Olivetti a Ivrea, …) partissero proprio da lì. Non più un progetto “antibiotico” tenuto su dalla bolla speculativa tutta pubblica di cui sopra, ma “omeopatico”, capace di reggersi sulle infinite relazioni che un progetto della giusta dimensione sa gestire.
A quel punto il capannone può perfino chiamarsi “cucurucù”; saranno le relazioni urbane sociali e culturali che determina a rivelarne il valore.

Cosa è un casannone? E’ la tessera di un Lego nel disegno urbano legato alla fortuna del miracolo veneto degli ultimi anni, un modello del tutto originale di insediamento che fonde, come già nella Storia, la casa con l’officina in un singolare modulo flessibile. La formula casannone, casa + capannone, ha avuto un costo sociale molto alto, comportato una radicale semplificazione del paesaggio e una forte dissipazione di risorse ambientali; ma del resto il paesaggio è il nostro linguaggio, racconta lo stato dei luoghi, la fatica, le sconfitte e il coraggio con cui essi si trasformano.
Già un libriccino del 1997 dal titolo “Gli amici dei mostri”, opera della coppia Gaggero&Luccardini, si divertiva a presentare alcuni casi italiani non ascrivibili alle tipologie da manualistica: la “chiesa con porte da calcio” realizzata nel genovese garantiva un campo da calcetto a norma sul tetto (ed anticipava, certo a insaputa di entrambi, il mitico Basket Bar nel campus universitario di Utrecht opera di NL Architects) e la “campacasa” nel pesarese dava soluzione ai desideri religiosi del suo proprietario di casa di poter godere di un campanile personale. Ebbene, quel testo davvero divertente ometteva inevitabilmente il nostro caso, ma certo non avrebbe sfigurato e su di esso oggi è irrinunciabile un ragionamento.
Anche a Nord-Est, patria indiscussa del popolo creativo, il cartello con scritto “vendesi” tira di più di una qualunque pubblicità di moda; e se da un lato esso rappresenta il logo indiscusso del “2009, anno della crisi”, dall’altro ha dato il via ad un silenzioso mercato di compravendita su manufatti fino ad ora poco identificabili con i parametri consolidati. Benvenuto casannone, tipologia che non esiste.

Il casannone è un corpo informe e si identifica con l’immagine più iterata degli ultimi sessant’anni in un territorio (o paesaggio?) che ha scoperto la periferia ed oggi si interroga, tra il nostalgico e l’azzardato, su quale sia il paesaggio da creare. Nasce senza ordine ai piani bassi del fare, ma ciò nonostante sovverte e rende obsolete in pochi decenni regole insediative e spaziali che per secoli avevano misurato l’occupazione del paesaggio. E’ stato “casa e bottega” a gestione familiare e perno vitale di quella figura sociale che con straordinaria intuizione Ulderico Bernardi definì “metalmezzadro”; colui che ancora oggi, divenuto abile imprenditore, è capace di dare vento alle vele del miracolo Nord-Est. Ma resta il fatto che con il casannone è come se yin e yang si fossero avvicinati oltre il limite che fa gridare al bello consolidato. Perché? Può invece, questa figura ritenuta responsabile dello scempio ai paesaggi di Cima e Bellini, questo luogo di metri cubi senza forma, in cui si è vissuto e prodotto senza sosta, rappresentare l’unità minima su cui fondare un generale rilancio della creatività progettuale?
Vorremmo ricordare che spesso “il nuovo nasce in periferia ma si riconosce in città”(Rullani), e se ciò è valso per marchi ormai divenuti planetari (Benetton, Diesel, Geox sono solo i primi e i più noti di una lunga lista), altrettanto può valere per il casannone. Questo fenomeno è già oggetto di un mercato che chiede luoghi mutevoli, sperimentali, “macchine per abitare” le direbbe un noto killer del Movimento Moderno; tali richieste non possono che essere figlie di un dibattito rinnovato intorno alle parole dell’architettura (lo ricorda anche il recente saggio di Marco Biraghi e Giovanni Damiani). Tornate infatti le grandi star, perfino Venezia ha riposto Ruskin in libreria e cominciato a risarcire i torti che già fece a Le Corbusier-Louis Kahn-Frank Lloyd Wright; talchè oggi Renzo Piano può ridisegnare i magazzini del sale alle Zattere e Tadao Ando i magazzini doganali alla Punta della Dogana. Ciò non accade per caso ma perché, usciti dalla stagione del “metro cubo”, stiamo entrando in quella del “tempo cubo” e siamo proiettati ad abbandonare l’edilizia in favore dell’architettura. Come già in passato del resto, talchè già Palladio 500 anni fa sapeva combinare magistralmente insieme volumi produttivi (le barchesse rappresentavano gli odierni capannoni) e volumi residenziali; Villa Emo a Fanzolo, uno dei molti esempi, ha un grande valore culturale perché sta a dimostrare che l’architettura “rallenta il tempo” (Snozzi) e consente di tenere insieme funzioni apparentemente distanti. Frammentazione creativa e coesione sociale sembrano essere un carattere veneto che si ripete fin dall’antichità. Ora si riparte da qui, da quegli elementi culturali che hanno sempre contraddistinto questo popolo per la sua capacità di anticipare con invenzioni geniali le tendenze di trasformazione del territorio. E’ un habitat esausto, che non è più né rurale né urbano, cresciuto troppo in fretta, in forte crisi per la mancanza di caratteri di centralità e per essere assai poco sostenibile, che senza una maggiore consapevolezza dei valori del paesaggio è drammaticamente in stallo, non può più evolvere né attrarre risorse. Il problema è di ritrovare una strada dove la comunità esprima caratteri interessanti, e sappia progettare i nuovi nodi di quella che ormai non possiamo definire altrimenti che una città, sia pure frattale, incoerente, infinita. Ma il Veneto non ha bisogno di sentirsi una piccola Los Angeles per avere il coraggio di guardare al casannone con la sicurezza di chi ha in mano elementi di valore e non solo ratatouille da abbattere. Esso può realmente divenire il nodo di una rete in cui si manifesta la Modernità e nella quale si viaggia “sull’orlo del caos” (Rullani), re-inventando uno stile di vita meno ordinato e di certo meno supino al capitolato dell’impresario; cui chiediamo di “ascoltare”, perché come diceva Hannes Meier, successore di Gropius alla direzione del Bauhaus, “l’architettura è un problema di conoscenza”, non di trattativa. Alzi la mano chi pensa il contrario.

Sono felice che il Corriere del Veneto abbia dato spazio a questa prima riflessione di Gigi Copiello sulla questione capannoni, passata in una notte (si fa per dire) dall’essere materia per imprenditori all’essere materia per analisti creativi, tanto è profondo il problema che ora si deposita sul tavolo di privati proprietari, amministratori pubblici, banche creditrici, società di recupero crediti e comunità.
Lo è perché solo pochi anni fa soffiava forte il vento di alcune note leggi dello Stato e gran parte delle categorie che fortunatamente oggi firmano quel manifesto non stavano molto a filosofeggiare sul meccanismo drogato che produceva capannoni erodendo suolo agricolo. Come se “braccia levate all’agricoltura” avesse voluto essere un motto di chiamata e non di perdita. Era quella una stagione che può riassumersi con le parole di Vitaliano Trevisan, scrittore e “dottore in malta”: “Non ci si pensa, ma tutti questi capannoni, anonimi e senza storia, subito abbandonati, a volte prima ancora di essere ultimati, qualcuno li ha costruiti. Spesso in fretta. Sempre in fretta. A volte addirittura più in fretta ancora, perché il mercato ha le sue esigenze, e a volte si dà il caso che si aprano in esso finestre temporali che vanno a tutti i costi sfruttate. Nella mia pur breve carriera di lattoniere, che si esaurì nell’arco di un paio d’anni, mi ritrovai nel pieno della corrente prodotta dall’improvviso spalancarsi di una di dette finestre – la famosa “prima legge Tremonti”.
Per me l’analisi su quanto accaduto finisce qui, andare oltre significherebbe alimentare una stagione del lutto per la perdita di paesaggio che oggi va di moda tanto quanto la suddetta legge di allora. Dico “paesaggio” sapendo di sbagliare, perché il paesaggio non si perde, piuttosto lo si rinnova continuamente o lo si inventa! Con un lavoro sapiente di giusta incisione dei territori e di giusto coinvolgimento delle comunità che quei territori abitano. Anche lo si tutela, là dove a suo tempo l’azione sapiente dell’uomo ha trasformato natura in paesaggio, appunto. Almeno questo dice la Convenzione Europea del Paesaggio, legge inascoltata in Italia da dieci anni e meritevole di aver messo in soffitta la vecchia definizione chiusa nella contemplazione di luoghi arcadici e della memoria.
Ciò che è mancato in quelle “finestre temporali” e oggi ancora non si afferma è un vero progetto di paesaggio per i territori che abitiamo. Già lo raccontai in un articolo dal titolo “Il casannone non è un intruso”, apparso nel 2009 su ! – The Innov(e)tion Valley Magazine, la rivista che ha sapientemente anticipato il magazine sull’innovazione ora lanciato dal Corriere del Veneto.
Un nuovo progetto di paesaggio può nascere innanzitutto se si torna a distinguere il significato dei termini in gioco: ambiente-territorio-paesaggio. I tre sono legati da vincolo circolare ma non sono sinonimi! Un nuovo progetto di paesaggio può nascere se la terra dei capannoni non verrà considerata un luogo del rifiuto ma piuttosto un luogo in cui sperimentare nuovi processi di ibridazione che oggi sono inibiti da vincoli di zonizzazione. Ecco invece un termine da dimenticare: zonizzazione. Chissà che proprio il Corriere del Veneto con il nuovo magazine non riesca là dove molti giornalisti, scrittori, ricercatori, cultori e amatori hanno fallito: affermare un nuovo linguaggio Contemporaneo, nel quale il capannone torna a fare la pagliuzza nell’occhio e non la trave.

Mi si assegna un tema caro e tremendamente emergenziale, tracciare una narrazione della terra dei capannoni in Veneto nel momento in cui viene meno la ragione stessa della loro presenza.
Era proprio un mito fondativo quello dei capannoni, a rappresentare prima la comunità operosa che si emancipava dalla propria storia contadina con l’affermazione del metalmezzadro, poi la massa imprenditoriale del capitalismo molecolare caro ad Aldo Bonomi ed infine la cieca rincorsa a tirar su prefabbricati su spinta di leggi dello Stato che normavano, per non dire armavano, la recente ultima stagione edificatoria ed erosiva dei suoli, tramutatasi appunto in mito e, di lì a poco, in rancore e vuoto strategico da interpretare e gestire senza idee sufficienti per riempire i volumi in questione né denari necessari allo loro demolizione.Eppure quel mito nasce onestamente, con una versione veneta del capannone che alcuni anni fà definii per gioco “casannone”, un neologismo più adatto a quelle tessere fondanti un paesaggio figlio del Dopoguerra e capaci di ibridare casa e officina in un singolare modulo flessibile. Il casannone non era un intruso, ma il luogo in cui si manifestava una comunità reale; era anch’esso paesaggio, così come sancisce oggi, dopo cinquant’anni, la Convenzione Europea di riferimento, una legge che Franco Zagari definisce sempre “legge cometa”, per la sua capacità di tracciare la via d’uscita dalla stagione del lutto (“abbiamo distrutto il nostro paesaggio!”) in cui siamo ancora immersi, ma che in Italia resta inascoltata e sovrastata da un impianto giuridico orientato a “difendere” il paesaggio più che a gestirlo e innovarlo. Certo la formula casannone, casa + capannone, ha provocato dissipazioni ambientali e sociali alte; non c’è pezzo di terra che sia rimasta immune da questo fenomeno, fatta eccezione per le fasce montane e di bonifica a valle, talchè l’immagine che viviamo è ora quella di un paesaggio né urbano né rurale, metropolitano senza metropolitana, una Los Angeles senza la storia urbana di Los Angeles.
Di tale immagine è nostro compito costruire una narrazione, perché il paesaggio è il nostro linguaggio, racconta lo stato dei luoghi, la fatica, le sconfitte e il coraggio con cui essi si trasformano.

Fissiamo quindi l’atto fondativo di Capannonopoli al 2008, anno in cui cominciamo a contabilizzare le vittime dell’epidemia proliferante in forma di cartelli “Vendesi” o “Affittasi” (ed esse sono culturali, economiche, politiche, sociali e purtroppo anche umane), ma anche un discreto numero di dibattiti, riflessioni pubbliche, workshop, buone pratiche, progetti e realizzazioni finalizzate a far vedere l’altra faccia della crisi, quella che libera infinite opportunità di ripensare un luogo per il semplice motivo che, come già detto, di esso è venuto meno il ruolo e a volte purtroppo anche il valore. Ne richiamo quattro.
Nel biennio 2011-2012 Centro Studi Usine e Fondazione Francesco Fabbri promuovono due workshop di studio. Un primo dal titolo “Capannone senza padrone”, svolto in collaborazione con molti partner territoriali, università (Alghero, Ferrara, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Siracusa, Trento, Trieste, IUAV Venezia) e centri di ricerca (LO-FI Architecture, Cibic Workshop). Le aree di studio ricadevano nei comuni di Codognè, Colle Umberto, Conegliano, Follina, Pieve di Soligo, Sernaglia della Battaglia, Tarzo, Villanova di Camposampiero e Vittorio Veneto: si attestavano lungo quell’arco sotto il pedemonte e sopra la PaTreVe, una terra di mezzo che su questi temi cerca molte risposte. Nel titolo dato al workshop era già paese la presa di coscienza che il passaggio all’economia dei saperi, sommato alle crisi, avrebbe messo fuori gioco moltissimi volumi industriali e aggravato ancor più la delicata convivenza tra comunità locali e i propri luoghi della produzione. Vi erano presenti casi di capannone rurale in area collinare, capannone periurbano cinto da edilizia consolidata, capannone che impedisce il completamento dei tessuti sociali, capannone inadeguato a raccogliere le sfide in materia di risparmio e razionalizzazione energetica, tutti capannoni senza padrone, dismessi in età troppo giovane per essere accettati da una cultura che li rifiuta e li denuncia; eppure così flessibili ad accogliere un alto paniere di funzioni.
Il secondo workshop, “A destinazione”, alzava la dimensione di interesse alla scala territoriale, occupandosi dell’area ex Zanussi a Conegliano, della Ex Alumetal-Montecatini a Rovereto Sud, del tracciato della superstrada Pedemontana Veneta, della strada provinciale da Vidor a Pieve di Soligo, dei futuri completamenti per H-Farm a Cà Tron, del Quadrante Tessera. Dai lavori emerge che la destinazione deve essere prima di tutto «umana, cioè personale», come la descriveva Pier Paolo Pasolini, e che in questa fase congiunturale sono più efficaci politiche di riuso “omeopatico”, senza gesti forti dal punto di vista economico o temporale, sapendo che scegliamo una destinazione non solo per le bellezze che un dato territorio ospita ma soprattutto per la vocazione di senso che esso esprime; e siccome il reflusso della crisi ci lascia in dote, come trovato, un territorio né urbano né rurale del quale definire caratteri misure e connotati, ora siamo obbligati ad interrogarci sulle nuove relazioni che possono determinarsi.
Già, le relazioni, il vero criterio di progetto che oggi va a prevalere su quello delle destinazioni d’uso. Proprio da esse prendono spunto due recenti programmi di trasformazione urbana elaborati da Asprostudio per Verona e Farra di Soligo.
Nel primo caso sono in gioco le sorti dell’importante nodo urbano e ambientale di Verona Est, costituito dal Parco Rurale dell’Adige Sud, dal quartiere di Porto San Pancrazio e dal più importante presidio di approvvigionamento ferroviario del Nord Italia. In quel luogo città e produzione si sono dati le spalle: dentro l’area un raffinato sistema logistico capace di gestire oltre sessantamila contenitori di pezzi di ricambio; fuori un quartiere nato operaio e cresciuto fino a saturare lo spazio di un gradino alluvionale tra la roggia e le linee su ferro. Una storia come tante in Italia, per cui l’identità di un luogo finiva là dove iniziava il dover fare. Ma nel 2011 Ferrovie dello Stato chiudono il proprio polo e si manifesta una grande occasione per valorizzare l’intero ambito urbano con il programma complesso denominato “Verona Reload”. L’idea lanciata da Asprostudio è declinare il progetto secondo un’agenda pubblica di azioni con orizzonte Expo 2015: selezionare i fabbricati utili a subire un percorso di riuso (tra tutti il grande volume centrale, di cui si immagina la trasformazione a “Beabourg rurale” di servizio ai prodotti del parco adiacente), esordire con la restituzione alla comunità della grande area di manovra degli autotreni in forma di spazio pubblico contemporaneo (l’intervento è stato realizzato in quattro giorni a dicembre 2011 facendo uso soprattutto dei materiali ferroviari presenti in situ), proseguire con la realizzazione di un vero e proprio quartiere rurale, completare il progetto del parco antistante in funzione di un vero e proprio ciclo di agricoltura avanzata.
A Farra di Soligo è approvato e operativo da pochi giorni il Masterplan “Parco Sociale Soligo” che si occuperà di trasformare tutte le aree di proprietà della Latteria di Soligo, il più importante soggetto cooperativo del Veneto, attivo nel territorio con una capillare “geografia del latte” costituita da centinaia di produttori, centri raccolta e trasformazione, spacci. Il Masterplan approvato non prevede un progetto, ma definisce un paniere di scenari ai quali attingere per dare forma e sostanza ad un quartiere sociale, nel quale completare il ciclo di produzione del latte con le fasi mancanti (compresa quella del consumo), insediare modelli di housing sociale, erogare servizi di welfare rigenerativo e accoglienza agli importanti flussi dell’enoturismo legato alle terre del Prosecco. La vera frontiera avanzata di tale accordo pubblico-privato risiede nel fatto che esso fissa i criteri con i quali dovrà sostanziarsi la trasformazione e stralcia qualsiasi limitazione aprioristica in termini di cubature e destinazioni d’uso sui quaranta fabbricati industriali presenti. Massima libertà di fantasia in cambio di un massimo vincolo a corrispondere l’obiettivo di fondo, realizzare un avanzatissimo Parco Sociale.

Questi quattro casi, presi tra i tanti che ancora il dibattito non ha potuto, o non ha saputo, o non ha voluto conoscere, danno notizia del fatto che tutti i comparti locali della società sono attivi per trovare nuove narrazioni a Capannonopoli: privati, soggetti cooperativi, fondazioni, piccole amministrazioni. Sono invece i soggetti amministrativi di livello più alto ad essere in ritardo, e questo rappresenta un indicatore importante del loro (non) capire le nuove forme di governance che salgono dai territori. Non dico quindi che ragionare su PaTreVe ci porti fuori strada, ma sicuramente non credo potrà rappresentare la panacea all’epidemia dei cartelli “Vendesi” o “Affittasi”. Inoltre la valorizzazione a scala metropolitana di questa città fumetto si gioca in un paniere di relazioni che vedo arricchirsi dentro contenitori privi di matrice politica primaria: i festival, le passate e future grandi piattaforme di evento (Expo2015, Capitale Europea della Cultura 2019, Centenario della Grande Guerra nel 2015-2018) le sperimentazioni tra aggregazioni di comuni, gli accordi pubblico-privati, e così via. Si pensi ad esempio all’area che gravita attorno a San Donà di Piave, entro la quale sono molti i temi che già si discutono in forma metropolitana: essere metropolitani per quei cittadini e stakeholders significa riconoscersi in una unità omogenea di paesaggio che trasforma il proprio territorio senza sovrapposizioni o duplicazioni di ruoli. Come tacere poi sul fatto che assumendo ora Venezia lo stato di città metropolitana per effetto della nuova Legge Del Rio si verranno a creare comunque dei nuovi equilibri?
Ammetto, sono poco convinto che PaTreVe possa rappresentare l’Heimat di questa nostra attuale infanzia contemporanea, e non vorrei che discutere di essa fosse come discutere di Atlantide (PaTreVe come Atlantide veneziana?) o di qualche città invisibile di Calvino: due allenamenti culturali importanti ma incapaci di farci vincere la corsa. Il rischio alto sarebbe quello di ritrovarsi flaneur sui marciapiedi o, se va meglio, in automobile. Credo invece che potrà avere senso parlare di PaTreVe solo se il termine coinciderà con una smart land delle innovazioni di processo. Processi capaci di generare un “melting pop degli spazi contro la solitudine urbana” (Jacques Lèvy), una stagione temporale di sperimentazione, non di consolidamento.
Ma a questo punto perché utilizzare quel nome? I 2,6 milioni di abitanti di Capannonopoli ce ne saranno grati.

PAESAGGIO AS FOUND
Quanta confusione nel rapporto tra produzione e cultura, specie a Nordest.
Alcuni elementi della produzione materiale (come il vino) sono già riconosciuti anche come elementi culturali, ma ciò è ancora difficile per i luoghi in cui questi elementi si producono. Perché accettare che essi si trasformano sotto la mano dell’uomo richiede un atto di reinvenzione, innovazione e valorizzazione più complesso che non cantarli acriticamente. Richiede immaginari e rotte contemporanee. Ma il Nordest è “uno, nessuno e centomila”, quindi quasi impossibile da governare; è terra di storia patria, inviolabile, e terra di conquista ogni qual volta il vincolo paesaggistico interrompe la sua sfera di tutela. Forse una soluzione vi è là dove il paesaggio si fa, nelle fasce di territorio che si son messe a disposizione di quello che Andrea Zanzotto chiamava “progresso scorsoio” (2), autodeterminandosi attraverso un paesaggio che appariva violato ogni qual volta nasceva, quasi fosse affetto da un difetto originale. A quel difetto originale (anzi un peccato) si sono appoggiati molti esponenti del dibattito alto in questi anni, vincendo sì la battaglia di imporlo come tema di agenda politica, promuovendo azioni di tutela e denuncia su di esso, ma sostanzialmente consegnandolo a una deriva ambientalista nostalgica e salottiera che fa si che oggi si discuta di paesaggio come di calcio, ma senza aver mai dato rincorso un pallone.
Ecco che il ritardo accumulato ci porta oggi a confondere i termini Ambiente-Paesaggio- Territorio, ad usarli abusarli e rapinarli in nome di una tutela che non trova risultato non certo solo a Nordest. Eppure nulla dovrebbe essere maneggiato con cura quanto il paesaggio, che secondo la Convenzione Europea in vigore rappresenta il più alto elemento di sintesi di un processo virtuoso tra progetto, cultura e comunità. Il paesaggio non è il villaggio con le casine, ma lo straordinario meccanismo sociale ed economico che si rappresenta in quelle casine; non è la vista della campagna coltivata, ma la relazione percepita che passa tra il contadino e i suoi mezzi di lavoro. Appunto, di lavoro. Ed invece il più delle volte viene evocato per nobilitare un percorso di indagine senza prove certe, come sinonimo di ambiente e territorio, cosa questa tipica della sindrome di Sherlock Holmes al contrario (quella giusta l’ha elaborata Franco Zagari) che fa procedere con idee poco chiare e confuse.
In modo semplice potremmo dire che il territorio si fa con le regole amministrative e le infrastrutture, l’ambiente con la chimica degli elementi cosmogonici e artificiali, il paesaggio con la cultura dell’uomo; che i tre producono effetti diversi ma restituiscono, se indovinati, la capacità dell’uomo di rappresentare la storia del proprio tempo.
Nel 2010 “The 6th annual World in Denmark conference” tenutasi a Copenaghen lancia il tema dell’As Found, del “come trovato”. E’ un chiaro invito su scala internazionale ad uscire dalla stagione del lutto a patto che il cieco processo di erosione dei terreni agricoli che danno vita a progetti di taglia XXL lasci spazio ad una nuova politica di riuso dei suoli, che può divenire uno strumento non solo culturale ma anche economico (perché obbliga a immaginare progetti che procedono omeopaticamente, per piccoli passi e condivisi dalle comunità interessate).
Sono riflessioni analoghe a quelle ricorrenti in Juan Manuel Palerm, quando richiama l’urgenza di “rinegoziare” il sistema di relazioni tra una comunità abitante e il proprio paesaggio attraverso nuovi atteggiamenti. Innanzitutto serve un nuovo senso collettivo, per cui il paesaggio diviene bene comune riproducibile grazie alle buone pratiche dell’uomo; il paesaggio si manifesta attraverso una dimensione intangibile fatta di suoni, luci e colori, non necessariamente di fatti costruiti; produce un’immediata dimensione culturale nel suo intorno che la comunità abitante deve saper riconoscere, tutelare (ora si…) e gestire. Non ha quindi vincolo di destinazione d’uso e nemmeno limiti, ma un concreto bisogno di progetti critici capaci di modificare il punto di vista sui luoghi che abitiamo. Senza questo continueremo a produrre musei sulle grandi figure territoriali lasciate dalla storia e a lasciare vacante il nostro contributo (3).

IL CASANNONE NON È UN INTRUSO
Giustino Moro lo ricorda nel suo intervento iniziale: “E’ il lavoro, nelle sue varie forme, che ha costruito e continua a costruire i nostri paesaggi”. Ciò accade soprattutto a Nordest, dove già nel Dopoguerra Governo e Confindustria si misero d’accordo per distribuire ricchezza favorendo lo sviluppo pulviscolare dei piccoli presidi produttivi; nasceva in quegli anni quella che ho già definito in altre sedi la “stagione dei casannoni” (4), una fase non di abusivismo privato (come alcune sirene di oggi lo vorrebbero marchiare) ma assolutamente pubblico e frutto di una lucida scelta politico-economica. Anche alcune e recenti leggi governative degli anni 2000 hanno aperto finestre di occupazione, più dei suoli che di persone, dotando le amministrazioni locali di un formidabile strumento (spesso il solo) per fare cassa e pareggiare i bilanci. Su quella stagione lascio voce allo scrittore Vitaliano Trevisan: “Non ci si pensa, ma tutti questi capannoni, anonimi e senza storia, subito abbandonati, a volte prima ancora di essere ultimati, qualcuno li ha costruiti. Spesso in fretta. Sempre in fretta. A volte addirittura più in fretta ancora, perché il mercato ha le sue esigenze, e a volte si dà il caso che si aprano in esso finestre temporali che vanno a tutti i costi sfruttate. Nella mia pur breve carriera di lattoniere, che si esaurì nell’arco di un paio d’anni, mi ritrovai nel pieno della corrente prodotta dall’improvviso spalancarsi di una di dette finestre – la famosa “prima legge Tremonti” (5).
Benvenuto capannone o casannone quindi? Tipologia che non esiste? Il casannone trova luogo in un territorio che ha scoperto la periferia ed oggi si interroga, tra il nostalgico e l’azzardato, su quale sia il paesaggio da creare. Nasce senza ordine ai piani bassi del fare, ma ciò nonostante sovverte e rende obsolete in pochi decenni le regole insediative e spaziali che per secoli avevano misurato l’organizzazione dei suoli. E’ stato “casa e bottega” a gestione familiare e perno vitale di quella figura sociale che con straordinaria intuizione Ulderico Bernardi definì “metalmezzadro”.
Con il casannone è come se yin e yang si fossero avvicinati oltre il limite che fa gridare al bello consolidato. Perché? Può invece, questa figura ritenuta responsabile dello scempio ai paesaggi di Cima e Bellini, questo luogo di metri cubi senza forma, in cui si è vissuto e prodotto senza sosta, rappresentare l’unità minima su cui fondare un generale rilancio della creatività progettuale? Enzo Rullani ricorda che spesso “il nuovo nasce in periferia ma si riconosce in città”, e se ciò è valso per marchi ormai divenuti planetari (Benetton, Diesel, Geox sono solo i primi e i più noti di una lunga lista) altrettanto può valere per la terra dei casannoni.

PAESAGGIO AL LAVORO
Sullo sfondo di questi scenari si colloca il percorso di buone pratiche che Fondazione Francesco Fabbri ha scelto di intraprendere affrontando l’organizzazione di un ciclo di workshop dedicato al tema dei capannoni a Nordest, con la volontà di dare un contributo concreto al programma di paesaggio nell’ambito della candidatura di “Venezia Nordest Capitale Europea della Cultura 2019”. Un ciclo che ha già visto svolgersi le prime due edizioni nel 2011 e 2012 e che rinnoverà, ampliandola, la ricerca nel 2013.
Nel 2011 Fondazione Francesco Fabbri ha promosso il workshop “Capannone senza padrone”, in collaborazione con Centro Studi Usine, Comune di Pieve di Soligo, Festival delle Città Impresa, Unindustria Treviso e molti altri partner territoriali. Vi hanno partecipato Università di Alghero, Università di Ferrara, Politecnico di Milano, Seconda Università degli Studi di Napoli, Università “Mediterranea” Reggio Calabria, Università di Siracusa, Università di Trento, Università di Trieste, Università IUAV Venezia, LO-FI Architecture, Cibic Workshop. Le aree di studio ricadevano nei comuni di Codognè, Colle Umberto, Conegliano, Follina, Pieve di Soligo, Sernaglia della Battaglia, Tarzo, Villanova di Camposampiero e Vittorio Veneto.
Il titolo “Capannone senza padrone” ha cercato di fugare ogni dubbio su quale sia l’attuale condizione. Il passaggio all’economia dei saperi si è sommato alle crisi incrociate degli ultimi anni e ciò ha messo fuori gioco moltissimi volumi industriali; la recente crisi del manifatturiero ha aggravato ancor più la delicata convivenza tra le comunità locali e i luoghi della produzione.
Vi erano presenti casi di capannone rurale in area collinare, capannone periurbano cinto da edilizia consolidata, capannone che impedisce il completamento dei tessuti sociali, capannone inadeguato a raccogliere le sfide in materia di risparmio e razionalizzazione energetica. Tutti capannoni senza padrone, dismessi in età troppo giovane per essere accettati da una cultura che li rifiuta e li denuncia; eppure così flessibili ad accogliere un alto paniere di funzioni.

Nel 2012 si è tenuto il workshop “A destinazione”, finalizzato allo studio dei pezzi di territorio che possono assumere valore lavorando su politiche di riuso e atteggiamenti critici di matrice Lo-Fi (a bassa definizione), azioni di omeopatia e non dosi massicce di medicinali o chirurgia invasiva. Oggi scegliamo una destinazione non solo per le bellezze che quel territorio ospita ma soprattutto per la vocazione di senso che esso esprime; e siccome il reflusso della crisi ci lascia in dote, come trovato, un territorio ne urbano ne rurale del quale definire caratteri misure e connotati, ora siamo obbligati ad interrogarci sulle nuove relazioni che possono determinarsi. Del resto dietro al paesaggio zanzottiano non si torna, ma nemmeno ci aspetta un territorio blade-runneriano, per cui può aver senso riflettere su un noto aforisma snozziano: “Ogni atto di costruzione prevede un atto di distruzione, distruggi con senno”. Pensare criticamente alla distruzione significa quindi pensare criticamente anche alla costruzione.
Il workshop “A destinazione” ha rappresentato il giusto rimbalzo e da esso sono emersi filoni di ricerca già oggi ad una fase successiva (penso al lavoro di IUAV, coordinato da Renato Bocchi e Luigi Latini, finalizzato a definire un sistema di porte sul paesaggio dell’Alta Marca collocate lungo l’asse viario che accompagna il Piave a nord del Montello). E’ stato nuovamente promosso in sinergia ancor più stretta con i soggetti territoriali. Vi hanno partecipato gruppi di lavoro provenienti da Cibic Workshop, Università di Camerino, Università degli Studi di Trieste, Università IUAV Venezia, Seconda Università degli Studi di Napoli, Università ULPGC ETSA Las Palmas de Gran Canaria e Università di Trento, Università di Catania, Politecnico di Milano, Università “Mediterranea” Reggio Calabria. Le aree di studio sono state: area ex Zanussi a Conegliano, Ex Alumetal-Montecatini a Rovereto Sud, tracciato della superstrada Pedemontana Veneta, strada provinciale da Vidor a Pieve di Soligo, tenuta H-Farm a Ca'Tron, Quadrante Tessera. E’ emerso che la destinazione deve essere prima di tutto “umana, cioè personale” (6), come la descriveva Pier Paolo Pasolini.

E il futuro? Valgono ancora le parole di Franco Zagari: “E’ finita l’era del capannone? No. Lo abbiamo, ora dobbiamo evolverlo. Dove sarà utile lo demoliremo, in qualche caso lo sostituiremo con un suo parente più consono ai tempi. Nella maggioranza dei casi, almeno in principio, si tratterà di adeguarlo a principi energetici attivi e passivi, e di renderlo più decoroso, con progressivi trapianti di pezzi o anche solo con interventi di lifting”.
Nel 2013 Fondazione Francesco Fabbri intende quindi rinnovare l’appuntamento di riflessione sul tema dei capannoni, perché è evidente che essi rappresentano un nervo scoperto nel paesaggio ancor più di tanti lotti residenziali venuti su con il senno di ieri pensando che il suolo del Nordest avrebbe subito un incremento demografico da accasare. Ma la casa è pur sempre e ancora un prodotto di scambio al mercato delle famiglie, mentre i capannoni trovano senso se una comunità operosa li riempie di senso; ed ora è proprio lui a mancare, e quella comunità a sbandare lungo una strada che si è fatta tortuosa.
Proprio una strada, la nuova Pedemontana Veneta attualmente in costruzione nel punto in cui il Nordest si fa contado di Venezia capitale (A. Bonomi), rappresenta oggi un campo di prova eccezionale su scala nazionale se solo si vorrà ascoltare cosa chiede la sua Comunità.
Il suo tracciato attraversa la fascia veneta dal vicentino al trevigiano come un destino, ma ciò non è bastato ad allocare nemmeno l’1% del suo budget per progetti di paesaggio. Eppure il costo è a oggi di 2.130 milioni di Euro, e dare soluzione al ruolo dei capannoni lungo la Pedemontana Veneta potrebbe rappresentare un impatto culturale paragonabile a quello che si insegue da anni con la Metropoli d’Olanda (un dottorato di ricerca del XVI ciclo al Politecnico di Milano ne ha tracciato i tratti). Già i contenuti di “Dietro il Paesaggio” che sempre Andrea Zanzotto licenziò nel 1957 anticiparono la percezione del fenomeno sprawl, ma rimasero lettera morta sotto una spinta che voleva-doveva modernizzare il contado ed affermare, lo abbiamo già detto, la stagione dei “casannoni”.
Che fare dunque?
Oggi “non è più attuale occupare spazio, occorre liberarlo” (P. Ceccon) (7), e infatti sono in itinere nuovi percorsi normativi finalizzati a congelare l’erosione di suolo agricolo (proposta del Presidente della Repubblica) e verifiche su una possibile legge dei “capannoni zero” (in Regione Veneto). Ma probabilmente servirà un concorso di antidoti, perché nonostante tutto proprio lungo la Pedemontana Veneta vi sono categorie economiche che, forse a ragione, dichiarano ancora esistente un fabbisogno di capannoni. Ma che fare se lo strumento del credito edilizio o di una Borsa che ne regoli l’uso sembrano essere ormai superati da una crisi immobiliare che li ha svuotati di valore? Che fare se nè può più essere evocata la forza di intervento del soggetto pubblico nè vale affidarsi ai volti solitari di nuovi impresari/imprenditori/immobiliaristi da Far West che hanno avuto strada facile con amministratori in cerca di quadrature di bilancio? E se l’unica alternativa economicamente possibile fosse lasciare tutto com’è e governare rovine contemporanee? Ecco allora che in questo deserto di occasioni tradizionali sembra avanzare una nuova stagione di ricerca, aperta coralmente a tutti gli stakeholders che sono in filiera: imprenditori, progettisti, amministrazioni locali, istituti bancari, fondi di private equity, società di gestione del risparmio e di recupero crediti. Essa può ambire a riprendersi il destino che un project financing (e una politica miope) gli nega.
Certo è complesso, ma il paesaggio, come la cultura, si offre come grande e unico strumento di manipolazione del senso che vogliamo dare al nostro tempo.

“Il nuovo nasce in periferia e si riconosce in città”.
Fu questa la frase di Enzo Rullani che feci mia, circa dieci anni fa, per caricare ingenuamente di senso un percorso di lavori e ricerche che andavo conducendo nelle terre marginali della Pedemontana Veneta, dove un combinato disposto di padri letterari e politica debole hanno creato infiniti tappi a qualunque tentativo di agire con nuovi linguaggi nei settori della cultura, del paesaggio e dell’architettura in genere.
Eppure quella è stata la terra delle città sociali di Valdagno e Schio, il buon ritiro di Carlo Scarpa (appunto un padre …) e il distretto della scarpa sportiva attorno a Montebelluna; è stata ed è la terra del Prosecco e di Permasteelisa, entrambi campioni di incassi nel mondo.
Eppure ci è voluta una Grande Crisi per convincere quel territorio a fare piazza pulita di molti alibi che hanno alimentato per decenni una crescita senza sviluppo.
E ci è voluto perfino un libro, Works di Vitaliano Trevisan, uscito da poco, per mandare definitivamente in soffitta mezzo secolo di società appesa con le mollette al filo sottile della propria storia. In quel libro (ma già anche in uno precedente, “Tristissimi Giardini”) l’autore ambienta le proprie scene in un paesaggio così come trovato, così come lo vuole la Convenzione Europea del Paesaggio: privo di retorica e specchio della trasformazioni consapevoli attuate dalle comunità abitanti. Non necessariamente “bello”, non necessariamente poetico, e soprattutto non più consolatorio, come invece lo era quello raccontato dai leader culturali precedenti (Zanzotto, Piovene, Parise, Rigoni Stern, …), sulla cui spalla ha pianto per anni un’intera classe dirigente, che con una mano costruiva facili accordi e con l’altra voltava le loro pagine quasi contenessero una litania popolare che si ripete per scacciare il nefasto.

Quindi grazie Trevisan, ma ora che fare?
Molto più modestamente avevo cominciato a proporre qualche anno prima un termine gioco che mi sembrava poter favorire alcune riflessioni mancanti in materia: “casannone”. Dicevo che il casannone (casa + capannone) non era un intruso voluto da loschi speculatori senza nome, ma l’esito fisico di una comunità operosa che nel dopoguerra chiedeva più o meno consciamente di procedere con metodo “barbaro” (quello che Renato Bocchi, nella prefazione a questo libro, recupera da un testo specifico di Gianfranco Bettin e quest’ultimo, a sua volta, da Goffredo Parise). Il casannone quindi era in sé un paesaggio, certo non quello accolto nel “pantheon” di prima, ma comunque l’unità minima di un disegno che ha retto per molto tempo le sorti economiche e sociali della Pedemontana Veneta. Il sociologo Aldo Bonomi ancora lo utilizza per introdurre la sua analisi a partire dalla solita domanda braudeliana: “Un territorio prima lo si pensa e dopo lo si abita, o prima lo si abita e dopo lo si pensa?”.
Ebbene l’epopea del casannone e quella dei più recenti “capannoni alla Tremonti” (quelli sorti un po’ dappertutto per effetto della legge omonima sulla defiscalizzazione degli investimenti immobiliari legati alla produzione), ma anche la domanda braudeliana di Bonomi, hanno mandato in confusione i ranghi di un discorso che invece ha urgente bisogno di solide definizioni dalle quali ripartire; perché questi sono i mesi in cui si discute di manifattura 4.0, cioè di un mercato della produzione che si misura con l’internet of things, e non è più possibile affidarsi a politiche territoriali che viaggiano a 0.4!

Dire Pedemontana in Regione Veneto è come dire Palladio a Vicenza, o Colosseo a Roma, o qualunque altro nome di luogo o persona che si è sganciato dal proprio significato d’origine ed è diventato una sorta di pass-partout a cui tutti s’appoggiano per attrarre un interesse. Dire Pedemontana significa infatti evocare temi diversi nel dibattito attuale: in taluni casi si fa riferimento alla grande Superstrada in costruzione, in altri alla nuova destinazione turistica individuata nella Legge Regionale sul Turismo, in altri ancora alla terra di mezzo popolata da partite IVA tra le montagne e la linea di medie città che gravitano sulla Dominante Venezia. Chissà poi quali altri temi nasconde un territorio sul quale si sono depositati moltissimi “strati” anche solo nella Storia recente. Sostengo questo non perché voglia richiamarli separatamente, ma piuttosto il contrario, perché ritengo urgente alimentare una nuova stagione capace di leggere attraverso gli strati, di interrelarli al fine di trovare un nuovo linguaggio ed anche una nuova ragione di bellezza.

Vi è che recentemente in questo corridoio compreso tra la valle dell’Agno e il Fiume Piave si sono manifestati contemporaneamente tre fenomeni spaesanti anche per un luogo fortemente radicato ed identitario come la Pedemontana Veneta: appunto il tracciato di cantiere della Superstrada Pedemontana Veneta (e relative fasce intercluse o vincolate al suo attraversamento), l’abbandono proprio lungo tale tracciato di molti insediamenti produttivi di nuova edificazione e il consolidarsi di nuove politiche di riuso finalizzate alla volontà di arrestare il consumo di aree agricole. Ognuno dei tre continua a dividere l’opinione pubblica, i decisori e i protagonisti economici in favorevoli e contrari, tanti sono gli effetti che scatena.
Ebbene è evidente che ciò accade perché siamo a una curva della Storia: si abbandona un alfabeto e se ne costruisce un altro, con un grande sforzo di reset e di ricomposizione dei linguaggi che utilizziamo per guardare e progettare i luoghi della modernità, compresi ovviamente quelli che abbiamo sottovalutato ritenendo che potessero restare ai margini dei nostri interessi. I luoghi del lavoro appunto, per i quali passa ancora una buona fetta identitaria del Nord Est.

In tutto questo cambiare rapidamente sono davvero poche le ricerche che si misurano su una riflessione sinottica, ed ecco spiegato il perché di un interesse profondo che lega Fondazione Francesco Fabbri a questi temi e, conseguentemente, all’assegno di ricerca promosso da IUAV con la Fondazione stessa, condotto da Matteo Aimini ed intitolato “Il progetto di paesaggio tra infrastruttura e riciclo. Nuovi territori in prossimità della Pedemontana Veneta”.
In esso vi si riconosce il giusto atteggiamento per far emergere proprio quelle letture sinottiche che ancora mancano nel dibattito e di cui invece si sente grande necessità. Letture necessariamente ibride, non gravate da padri culturali eccessivamente ingombranti e francamente oggi poco utili per declinare il Presente. Letture che sono cresciute con l’apporto di attività seminariali collettive e di verifiche con i decisori e gli operatori economici attivi nel territorio di ricerca (workshop “Seconda Natura”, Seminario di verifica del progetto “NordEst. I territori della Pedemontana Veneta”, Seminario intermedio di approfondimento “Verso la città paesaggio”). Letture nelle quali si cerca di dare strumenti sia a quella parte di dibattito a trazione culturale prevalente che considera negativamente il consolidarsi di una “metropoli diffusa” in Veneto, sia all’altra parte, più di matrice politico- industriale, che lamenta esattamente il contrario, e cioè l’assenza di una visione metropolitana organizzata. Ancora una volta due posizioni di visione opposta.
Nella ricerca di Aimini e IUAV si parla ad esempio di “banca dell’abbandono”, senza precisare che essa nascerebbe inevitabilmente come “bad bank” e che accederebbe di diritto al mercato dei titoli NPL (non performing loans) di cui oggi tanto si parla. Forse la dovrebbe precedere una “borsa dell’abbandono” finalizzata a verificare la reale esistenza di un mercato oppure, ancora prima, a gettare le basi per una nuova geografia che ancora oggi ci è tenuta in parte nascosta; perché i grandi numeri, se negativi, fanno paura. Ma in questo caso sono parte della nostra storia e come tali vanno accettati. Il costi di non farlo potrebbe essere perfino più alto del costo prodotto per generarli.

casannoni

Era giugno 2009 che mi decisi a rendere pubblico un gioco lessicale nato per caso chiacchierando con un amico che di parole sapeva. Nasceva così il “casannone”, casa + capannone, una sintesi tipologica che tentava di dare dignità ad uno dei fenomeni trasformativi più significativi che abbia conosciuto nel ‘900 la parte di Pianura Padana a trazione economica.
Era poi l’8 giugno 2010 quando lanciammo dalle pagine del Corriere della Sera il dibattito sul riuso creativo dei capannoni, quelli che la Legge Far West (altrimenti detta Legge Tremonti) aveva rapidamente distribuito nei territori italiani in cui faceva più presa il motto “paga meno tasse, fai metri cubi!” e aveva poi altrettanto abbandonato come si fa con i set di un film alla fine delle riprese. Si poneva in quelle poche righe un chiaro invito ad uscire dalla stagione del lutto e a negoziare una nuova idea di paesaggio per quelle terre piene di “intrusi”, che altro non erano che la forma costruita di una esigenza politica, sociale e culturale. Perché il paesaggio è stato, è e sempre sarà quello che tu fai, quello che una comunità consapevole trasforma a colpi di tutela, gestione e innovazione. Perché il paesaggio non è più soltanto il bel paesaggio.
Nel 2011 iniziammo con Fondazione Francesco Fabbri, Festival Città Impresa, molte università italiane, soggetti pubblici e soggetti privati un ciclo di workshop dedicato ai molti casi reali di capannone senza padrone, alla ricerca di uno nuovo senso critico e di una consapevolezza maggiore su temi divenuti improvvisamente complessi.
Sono seguite altre riflessioni ed esperienze professionali a tema, ma due su tutte hanno il volto reale della soluzione che sta alla portata di tutti.
La prima sempre nel 2011, Verona Reload, ha costruito in tre mesi uno scenario di trasformazione per il più importante approvvigionamento ferroviario del Nord Italia, realizzato ex novo e andato dismesso in meno di quindici anni. Il primo atto di riuso fu quello di demolire davanti ai giornalisti e agli abitanti del quartiere di Porto San Pancrazio il muro in calcestruzzo lungo cinquanta metri che impediva la vista verso il Parco Rurale dell’Adige, e poi di realizzare in soli quattro giorni quello che divenne subito il più grande spazio pubblico del quartiere, composto con i materiali recuperati in situ e pronto a cambiare la sua forma con l’alternanza delle stagioni. Purtroppo l’amministratore pubblico che fece ostruzionismo al progetto, fino a bloccarne il proseguo, è ancora oggi alle prese con i guai giudiziari maturati in anni di libero arbitrio…
La seconda nel 2014, Soligo Reload, ha adottato e approvato sempre in tre mesi un accordo pubblico privato che rivoluziona l’approccio ai grandi comparti del lavoro andati dismessi, perché sceglie di premiare un tema progettuale forte (realizzare un Parco Sociale produttivo dentro le aree di una nota cooperativa lattiero casearia in Veneto) e di salvare a tal fine l’intera volumetria esistente nonostante la norma di piano ne prevedesse la demolizione. Ad oggi sono già stati realizzati due dei quaranta edifici che compongono il comparto e molti player territoriali sono impegnati a proseguire.
Tutto ciò segnala certamente un fermento in capo alla questione, ma ancora troppo poco ampio per poter impattare positivamente su un’area territoriale così densa.
Di fatto il capannone come “soldato armato” di un modello di sviluppo vive ora una lenta agonia schizofrenica perso nella foresta. Un giorno si discute del suo valore pari quasi a zero, ed un altro del fatto che una sua possibile soluzione la si può ricercare in quel Campo Complesso fatto di letture progettuali ibride, di riscritture di interi impianti normativi, fiscali ed urbanistici, di maggior consapevolezza da parte delle classi dirigenti e delle masse sociali che oggi sanno reagire al più insediando un comitato spontaneo no- cemento. Ma quanti sono disposti ad entrarvi?
Una Borsa dell’Abbandono imposta agli stessi decisori pubblici e alle categorie economiche che ne hanno abusato aiuterebbe almeno a generare la mappatura reale del fenomeno, che resta ancora oggi sotto taciuta per paura che certifichi definitivamente il disastro economico di quei beni. L’unico caso serio che conosco ad oggi è “Padania Classic”, un atlante dell’immaginario che il bresciano Filippo Minelli ha messo insieme per cercare di indagare il senso delle cose come trovate, un po’ come fece tanti anni fa Bob Venturi con “Learning from Las Vegas”.
Così (non) facendo si moltiplica il pulviscolo di azioni inutili (le aste deserte, i proclami di demolizione dei mostri di cemento, le filippiche tardo-culturali dei radical chic e dei loro giornalisti di riferimento, i disegni di legge che si arenano subito in molte commissioni, …) utile solo a confondere il passo già ciondolante della Politica.
Perché è sempre lì che è giusto tornare.
Anche le regioni a Nordest non hanno mai definitivamente approvato il proprio Piano Paesaggistico, ed anzi il Veneto è riuscito ad adottare in coda alla precedente legislatura un documento che istituisce perfino il criterio del “vincolo vestito” per gli ambiti urbani storici già soggetti a tutela, dimenticando tutto il resto ed infischiandosene totalmente di cogliere l’occasione per aprire un dibattito serio su un fenomeno che evidentemente non si risolve più a colpi di norme e che invece ha bisogno di tanto allenamento culturale.
Volenti o nolenti oggi si torna a mettere al centro il valore del progetto, quello che si è immaginato di norma(lizza)re in ogni modo nonostante i miti di riferimento (Alessandro Rossi a Schio, i Marzotto a Valdagno, Adriano Olivetti a Ivrea, …) partissero proprio da lì. Non più un progetto “antibiotico” tenuto su dalla bolla speculativa tutta pubblica di cui sopra, ma “omeopatico”, capace di reggersi sulle infinite relazioni che un progetto della giusta dimensione sa gestire.
A quel punto il capannone può perfino chiamarsi “cucurucù”; saranno le relazioni urbane sociali e culturali che determina a rivelarne il valore.

Cosa è un casannone? E’ la tessera di un Lego nel disegno urbano legato alla fortuna del miracolo veneto degli ultimi anni, un modello del tutto originale di insediamento che fonde, come già nella Storia, la casa con l’officina in un singolare modulo flessibile. La formula casannone, casa + capannone, ha avuto un costo sociale molto alto, comportato una radicale semplificazione del paesaggio e una forte dissipazione di risorse ambientali; ma del resto il paesaggio è il nostro linguaggio, racconta lo stato dei luoghi, la fatica, le sconfitte e il coraggio con cui essi si trasformano.
Già un libriccino del 1997 dal titolo “Gli amici dei mostri”, opera della coppia Gaggero&Luccardini, si divertiva a presentare alcuni casi italiani non ascrivibili alle tipologie da manualistica: la “chiesa con porte da calcio” realizzata nel genovese garantiva un campo da calcetto a norma sul tetto (ed anticipava, certo a insaputa di entrambi, il mitico Basket Bar nel campus universitario di Utrecht opera di NL Architects) e la “campacasa” nel pesarese dava soluzione ai desideri religiosi del suo proprietario di casa di poter godere di un campanile personale. Ebbene, quel testo davvero divertente ometteva inevitabilmente il nostro caso, ma certo non avrebbe sfigurato e su di esso oggi è irrinunciabile un ragionamento.
Anche a Nord-Est, patria indiscussa del popolo creativo, il cartello con scritto “vendesi” tira di più di una qualunque pubblicità di moda; e se da un lato esso rappresenta il logo indiscusso del “2009, anno della crisi”, dall’altro ha dato il via ad un silenzioso mercato di compravendita su manufatti fino ad ora poco identificabili con i parametri consolidati. Benvenuto casannone, tipologia che non esiste.

Il casannone è un corpo informe e si identifica con l’immagine più iterata degli ultimi sessant’anni in un territorio (o paesaggio?) che ha scoperto la periferia ed oggi si interroga, tra il nostalgico e l’azzardato, su quale sia il paesaggio da creare. Nasce senza ordine ai piani bassi del fare, ma ciò nonostante sovverte e rende obsolete in pochi decenni regole insediative e spaziali che per secoli avevano misurato l’occupazione del paesaggio. E’ stato “casa e bottega” a gestione familiare e perno vitale di quella figura sociale che con straordinaria intuizione Ulderico Bernardi definì “metalmezzadro”; colui che ancora oggi, divenuto abile imprenditore, è capace di dare vento alle vele del miracolo Nord-Est. Ma resta il fatto che con il casannone è come se yin e yang si fossero avvicinati oltre il limite che fa gridare al bello consolidato. Perché? Può invece, questa figura ritenuta responsabile dello scempio ai paesaggi di Cima e Bellini, questo luogo di metri cubi senza forma, in cui si è vissuto e prodotto senza sosta, rappresentare l’unità minima su cui fondare un generale rilancio della creatività progettuale?
Vorremmo ricordare che spesso “il nuovo nasce in periferia ma si riconosce in città”(Rullani), e se ciò è valso per marchi ormai divenuti planetari (Benetton, Diesel, Geox sono solo i primi e i più noti di una lunga lista), altrettanto può valere per il casannone. Questo fenomeno è già oggetto di un mercato che chiede luoghi mutevoli, sperimentali, “macchine per abitare” le direbbe un noto killer del Movimento Moderno; tali richieste non possono che essere figlie di un dibattito rinnovato intorno alle parole dell’architettura (lo ricorda anche il recente saggio di Marco Biraghi e Giovanni Damiani). Tornate infatti le grandi star, perfino Venezia ha riposto Ruskin in libreria e cominciato a risarcire i torti che già fece a Le Corbusier-Louis Kahn-Frank Lloyd Wright; talchè oggi Renzo Piano può ridisegnare i magazzini del sale alle Zattere e Tadao Ando i magazzini doganali alla Punta della Dogana. Ciò non accade per caso ma perché, usciti dalla stagione del “metro cubo”, stiamo entrando in quella del “tempo cubo” e siamo proiettati ad abbandonare l’edilizia in favore dell’architettura. Come già in passato del resto, talchè già Palladio 500 anni fa sapeva combinare magistralmente insieme volumi produttivi (le barchesse rappresentavano gli odierni capannoni) e volumi residenziali; Villa Emo a Fanzolo, uno dei molti esempi, ha un grande valore culturale perché sta a dimostrare che l’architettura “rallenta il tempo” (Snozzi) e consente di tenere insieme funzioni apparentemente distanti. Frammentazione creativa e coesione sociale sembrano essere un carattere veneto che si ripete fin dall’antichità. Ora si riparte da qui, da quegli elementi culturali che hanno sempre contraddistinto questo popolo per la sua capacità di anticipare con invenzioni geniali le tendenze di trasformazione del territorio. E’ un habitat esausto, che non è più né rurale né urbano, cresciuto troppo in fretta, in forte crisi per la mancanza di caratteri di centralità e per essere assai poco sostenibile, che senza una maggiore consapevolezza dei valori del paesaggio è drammaticamente in stallo, non può più evolvere né attrarre risorse. Il problema è di ritrovare una strada dove la comunità esprima caratteri interessanti, e sappia progettare i nuovi nodi di quella che ormai non possiamo definire altrimenti che una città, sia pure frattale, incoerente, infinita. Ma il Veneto non ha bisogno di sentirsi una piccola Los Angeles per avere il coraggio di guardare al casannone con la sicurezza di chi ha in mano elementi di valore e non solo ratatouille da abbattere. Esso può realmente divenire il nodo di una rete in cui si manifesta la Modernità e nella quale si viaggia “sull’orlo del caos” (Rullani), re-inventando uno stile di vita meno ordinato e di certo meno supino al capitolato dell’impresario; cui chiediamo di “ascoltare”, perché come diceva Hannes Meier, successore di Gropius alla direzione del Bauhaus, “l’architettura è un problema di conoscenza”, non di trattativa. Alzi la mano chi pensa il contrario.

Sono felice che il Corriere del Veneto abbia dato spazio a questa prima riflessione di Gigi Copiello sulla questione capannoni, passata in una notte (si fa per dire) dall’essere materia per imprenditori all’essere materia per analisti creativi, tanto è profondo il problema che ora si deposita sul tavolo di privati proprietari, amministratori pubblici, banche creditrici, società di recupero crediti e comunità.
Lo è perché solo pochi anni fa soffiava forte il vento di alcune note leggi dello Stato e gran parte delle categorie che fortunatamente oggi firmano quel manifesto non stavano molto a filosofeggiare sul meccanismo drogato che produceva capannoni erodendo suolo agricolo. Come se “braccia levate all’agricoltura” avesse voluto essere un motto di chiamata e non di perdita. Era quella una stagione che può riassumersi con le parole di Vitaliano Trevisan, scrittore e “dottore in malta”: “Non ci si pensa, ma tutti questi capannoni, anonimi e senza storia, subito abbandonati, a volte prima ancora di essere ultimati, qualcuno li ha costruiti. Spesso in fretta. Sempre in fretta. A volte addirittura più in fretta ancora, perché il mercato ha le sue esigenze, e a volte si dà il caso che si aprano in esso finestre temporali che vanno a tutti i costi sfruttate. Nella mia pur breve carriera di lattoniere, che si esaurì nell’arco di un paio d’anni, mi ritrovai nel pieno della corrente prodotta dall’improvviso spalancarsi di una di dette finestre – la famosa “prima legge Tremonti”.
Per me l’analisi su quanto accaduto finisce qui, andare oltre significherebbe alimentare una stagione del lutto per la perdita di paesaggio che oggi va di moda tanto quanto la suddetta legge di allora. Dico “paesaggio” sapendo di sbagliare, perché il paesaggio non si perde, piuttosto lo si rinnova continuamente o lo si inventa! Con un lavoro sapiente di giusta incisione dei territori e di giusto coinvolgimento delle comunità che quei territori abitano. Anche lo si tutela, là dove a suo tempo l’azione sapiente dell’uomo ha trasformato natura in paesaggio, appunto. Almeno questo dice la Convenzione Europea del Paesaggio, legge inascoltata in Italia da dieci anni e meritevole di aver messo in soffitta la vecchia definizione chiusa nella contemplazione di luoghi arcadici e della memoria.
Ciò che è mancato in quelle “finestre temporali” e oggi ancora non si afferma è un vero progetto di paesaggio per i territori che abitiamo. Già lo raccontai in un articolo dal titolo “Il casannone non è un intruso”, apparso nel 2009 su ! – The Innov(e)tion Valley Magazine, la rivista che ha sapientemente anticipato il magazine sull’innovazione ora lanciato dal Corriere del Veneto.
Un nuovo progetto di paesaggio può nascere innanzitutto se si torna a distinguere il significato dei termini in gioco: ambiente-territorio-paesaggio. I tre sono legati da vincolo circolare ma non sono sinonimi! Un nuovo progetto di paesaggio può nascere se la terra dei capannoni non verrà considerata un luogo del rifiuto ma piuttosto un luogo in cui sperimentare nuovi processi di ibridazione che oggi sono inibiti da vincoli di zonizzazione. Ecco invece un termine da dimenticare: zonizzazione. Chissà che proprio il Corriere del Veneto con il nuovo magazine non riesca là dove molti giornalisti, scrittori, ricercatori, cultori e amatori hanno fallito: affermare un nuovo linguaggio Contemporaneo, nel quale il capannone torna a fare la pagliuzza nell’occhio e non la trave.

Mi si assegna un tema caro e tremendamente emergenziale, tracciare una narrazione della terra dei capannoni in Veneto nel momento in cui viene meno la ragione stessa della loro presenza.
Era proprio un mito fondativo quello dei capannoni, a rappresentare prima la comunità operosa che si emancipava dalla propria storia contadina con l’affermazione del metalmezzadro, poi la massa imprenditoriale del capitalismo molecolare caro ad Aldo Bonomi ed infine la cieca rincorsa a tirar su prefabbricati su spinta di leggi dello Stato che normavano, per non dire armavano, la recente ultima stagione edificatoria ed erosiva dei suoli, tramutatasi appunto in mito e, di lì a poco, in rancore e vuoto strategico da interpretare e gestire senza idee sufficienti per riempire i volumi in questione né denari necessari allo loro demolizione.Eppure quel mito nasce onestamente, con una versione veneta del capannone che alcuni anni fà definii per gioco “casannone”, un neologismo più adatto a quelle tessere fondanti un paesaggio figlio del Dopoguerra e capaci di ibridare casa e officina in un singolare modulo flessibile. Il casannone non era un intruso, ma il luogo in cui si manifestava una comunità reale; era anch’esso paesaggio, così come sancisce oggi, dopo cinquant’anni, la Convenzione Europea di riferimento, una legge che Franco Zagari definisce sempre “legge cometa”, per la sua capacità di tracciare la via d’uscita dalla stagione del lutto (“abbiamo distrutto il nostro paesaggio!”) in cui siamo ancora immersi, ma che in Italia resta inascoltata e sovrastata da un impianto giuridico orientato a “difendere” il paesaggio più che a gestirlo e innovarlo. Certo la formula casannone, casa + capannone, ha provocato dissipazioni ambientali e sociali alte; non c’è pezzo di terra che sia rimasta immune da questo fenomeno, fatta eccezione per le fasce montane e di bonifica a valle, talchè l’immagine che viviamo è ora quella di un paesaggio né urbano né rurale, metropolitano senza metropolitana, una Los Angeles senza la storia urbana di Los Angeles.
Di tale immagine è nostro compito costruire una narrazione, perché il paesaggio è il nostro linguaggio, racconta lo stato dei luoghi, la fatica, le sconfitte e il coraggio con cui essi si trasformano.

Fissiamo quindi l’atto fondativo di Capannonopoli al 2008, anno in cui cominciamo a contabilizzare le vittime dell’epidemia proliferante in forma di cartelli “Vendesi” o “Affittasi” (ed esse sono culturali, economiche, politiche, sociali e purtroppo anche umane), ma anche un discreto numero di dibattiti, riflessioni pubbliche, workshop, buone pratiche, progetti e realizzazioni finalizzate a far vedere l’altra faccia della crisi, quella che libera infinite opportunità di ripensare un luogo per il semplice motivo che, come già detto, di esso è venuto meno il ruolo e a volte purtroppo anche il valore. Ne richiamo quattro.
Nel biennio 2011-2012 Centro Studi Usine e Fondazione Francesco Fabbri promuovono due workshop di studio. Un primo dal titolo “Capannone senza padrone”, svolto in collaborazione con molti partner territoriali, università (Alghero, Ferrara, Milano, Napoli, Reggio Calabria, Siracusa, Trento, Trieste, IUAV Venezia) e centri di ricerca (LO-FI Architecture, Cibic Workshop). Le aree di studio ricadevano nei comuni di Codognè, Colle Umberto, Conegliano, Follina, Pieve di Soligo, Sernaglia della Battaglia, Tarzo, Villanova di Camposampiero e Vittorio Veneto: si attestavano lungo quell’arco sotto il pedemonte e sopra la PaTreVe, una terra di mezzo che su questi temi cerca molte risposte. Nel titolo dato al workshop era già paese la presa di coscienza che il passaggio all’economia dei saperi, sommato alle crisi, avrebbe messo fuori gioco moltissimi volumi industriali e aggravato ancor più la delicata convivenza tra comunità locali e i propri luoghi della produzione. Vi erano presenti casi di capannone rurale in area collinare, capannone periurbano cinto da edilizia consolidata, capannone che impedisce il completamento dei tessuti sociali, capannone inadeguato a raccogliere le sfide in materia di risparmio e razionalizzazione energetica, tutti capannoni senza padrone, dismessi in età troppo giovane per essere accettati da una cultura che li rifiuta e li denuncia; eppure così flessibili ad accogliere un alto paniere di funzioni.
Il secondo workshop, “A destinazione”, alzava la dimensione di interesse alla scala territoriale, occupandosi dell’area ex Zanussi a Conegliano, della Ex Alumetal-Montecatini a Rovereto Sud, del tracciato della superstrada Pedemontana Veneta, della strada provinciale da Vidor a Pieve di Soligo, dei futuri completamenti per H-Farm a Cà Tron, del Quadrante Tessera. Dai lavori emerge che la destinazione deve essere prima di tutto «umana, cioè personale», come la descriveva Pier Paolo Pasolini, e che in questa fase congiunturale sono più efficaci politiche di riuso “omeopatico”, senza gesti forti dal punto di vista economico o temporale, sapendo che scegliamo una destinazione non solo per le bellezze che un dato territorio ospita ma soprattutto per la vocazione di senso che esso esprime; e siccome il reflusso della crisi ci lascia in dote, come trovato, un territorio né urbano né rurale del quale definire caratteri misure e connotati, ora siamo obbligati ad interrogarci sulle nuove relazioni che possono determinarsi.
Già, le relazioni, il vero criterio di progetto che oggi va a prevalere su quello delle destinazioni d’uso. Proprio da esse prendono spunto due recenti programmi di trasformazione urbana elaborati da Asprostudio per Verona e Farra di Soligo.
Nel primo caso sono in gioco le sorti dell’importante nodo urbano e ambientale di Verona Est, costituito dal Parco Rurale dell’Adige Sud, dal quartiere di Porto San Pancrazio e dal più importante presidio di approvvigionamento ferroviario del Nord Italia. In quel luogo città e produzione si sono dati le spalle: dentro l’area un raffinato sistema logistico capace di gestire oltre sessantamila contenitori di pezzi di ricambio; fuori un quartiere nato operaio e cresciuto fino a saturare lo spazio di un gradino alluvionale tra la roggia e le linee su ferro. Una storia come tante in Italia, per cui l’identità di un luogo finiva là dove iniziava il dover fare. Ma nel 2011 Ferrovie dello Stato chiudono il proprio polo e si manifesta una grande occasione per valorizzare l’intero ambito urbano con il programma complesso denominato “Verona Reload”. L’idea lanciata da Asprostudio è declinare il progetto secondo un’agenda pubblica di azioni con orizzonte Expo 2015: selezionare i fabbricati utili a subire un percorso di riuso (tra tutti il grande volume centrale, di cui si immagina la trasformazione a “Beabourg rurale” di servizio ai prodotti del parco adiacente), esordire con la restituzione alla comunità della grande area di manovra degli autotreni in forma di spazio pubblico contemporaneo (l’intervento è stato realizzato in quattro giorni a dicembre 2011 facendo uso soprattutto dei materiali ferroviari presenti in situ), proseguire con la realizzazione di un vero e proprio quartiere rurale, completare il progetto del parco antistante in funzione di un vero e proprio ciclo di agricoltura avanzata.
A Farra di Soligo è approvato e operativo da pochi giorni il Masterplan “Parco Sociale Soligo” che si occuperà di trasformare tutte le aree di proprietà della Latteria di Soligo, il più importante soggetto cooperativo del Veneto, attivo nel territorio con una capillare “geografia del latte” costituita da centinaia di produttori, centri raccolta e trasformazione, spacci. Il Masterplan approvato non prevede un progetto, ma definisce un paniere di scenari ai quali attingere per dare forma e sostanza ad un quartiere sociale, nel quale completare il ciclo di produzione del latte con le fasi mancanti (compresa quella del consumo), insediare modelli di housing sociale, erogare servizi di welfare rigenerativo e accoglienza agli importanti flussi dell’enoturismo legato alle terre del Prosecco. La vera frontiera avanzata di tale accordo pubblico-privato risiede nel fatto che esso fissa i criteri con i quali dovrà sostanziarsi la trasformazione e stralcia qualsiasi limitazione aprioristica in termini di cubature e destinazioni d’uso sui quaranta fabbricati industriali presenti. Massima libertà di fantasia in cambio di un massimo vincolo a corrispondere l’obiettivo di fondo, realizzare un avanzatissimo Parco Sociale.

Questi quattro casi, presi tra i tanti che ancora il dibattito non ha potuto, o non ha saputo, o non ha voluto conoscere, danno notizia del fatto che tutti i comparti locali della società sono attivi per trovare nuove narrazioni a Capannonopoli: privati, soggetti cooperativi, fondazioni, piccole amministrazioni. Sono invece i soggetti amministrativi di livello più alto ad essere in ritardo, e questo rappresenta un indicatore importante del loro (non) capire le nuove forme di governance che salgono dai territori. Non dico quindi che ragionare su PaTreVe ci porti fuori strada, ma sicuramente non credo potrà rappresentare la panacea all’epidemia dei cartelli “Vendesi” o “Affittasi”. Inoltre la valorizzazione a scala metropolitana di questa città fumetto si gioca in un paniere di relazioni che vedo arricchirsi dentro contenitori privi di matrice politica primaria: i festival, le passate e future grandi piattaforme di evento (Expo2015, Capitale Europea della Cultura 2019, Centenario della Grande Guerra nel 2015-2018) le sperimentazioni tra aggregazioni di comuni, gli accordi pubblico-privati, e così via. Si pensi ad esempio all’area che gravita attorno a San Donà di Piave, entro la quale sono molti i temi che già si discutono in forma metropolitana: essere metropolitani per quei cittadini e stakeholders significa riconoscersi in una unità omogenea di paesaggio che trasforma il proprio territorio senza sovrapposizioni o duplicazioni di ruoli. Come tacere poi sul fatto che assumendo ora Venezia lo stato di città metropolitana per effetto della nuova Legge Del Rio si verranno a creare comunque dei nuovi equilibri?
Ammetto, sono poco convinto che PaTreVe possa rappresentare l’Heimat di questa nostra attuale infanzia contemporanea, e non vorrei che discutere di essa fosse come discutere di Atlantide (PaTreVe come Atlantide veneziana?) o di qualche città invisibile di Calvino: due allenamenti culturali importanti ma incapaci di farci vincere la corsa. Il rischio alto sarebbe quello di ritrovarsi flaneur sui marciapiedi o, se va meglio, in automobile. Credo invece che potrà avere senso parlare di PaTreVe solo se il termine coinciderà con una smart land delle innovazioni di processo. Processi capaci di generare un “melting pop degli spazi contro la solitudine urbana” (Jacques Lèvy), una stagione temporale di sperimentazione, non di consolidamento.
Ma a questo punto perché utilizzare quel nome? I 2,6 milioni di abitanti di Capannonopoli ce ne saranno grati.

PAESAGGIO AS FOUND
Quanta confusione nel rapporto tra produzione e cultura, specie a Nordest.
Alcuni elementi della produzione materiale (come il vino) sono già riconosciuti anche come elementi culturali, ma ciò è ancora difficile per i luoghi in cui questi elementi si producono. Perché accettare che essi si trasformano sotto la mano dell’uomo richiede un atto di reinvenzione, innovazione e valorizzazione più complesso che non cantarli acriticamente. Richiede immaginari e rotte contemporanee. Ma il Nordest è “uno, nessuno e centomila”, quindi quasi impossibile da governare; è terra di storia patria, inviolabile, e terra di conquista ogni qual volta il vincolo paesaggistico interrompe la sua sfera di tutela. Forse una soluzione vi è là dove il paesaggio si fa, nelle fasce di territorio che si son messe a disposizione di quello che Andrea Zanzotto chiamava “progresso scorsoio” (2), autodeterminandosi attraverso un paesaggio che appariva violato ogni qual volta nasceva, quasi fosse affetto da un difetto originale. A quel difetto originale (anzi un peccato) si sono appoggiati molti esponenti del dibattito alto in questi anni, vincendo sì la battaglia di imporlo come tema di agenda politica, promuovendo azioni di tutela e denuncia su di esso, ma sostanzialmente consegnandolo a una deriva ambientalista nostalgica e salottiera che fa si che oggi si discuta di paesaggio come di calcio, ma senza aver mai dato rincorso un pallone.
Ecco che il ritardo accumulato ci porta oggi a confondere i termini Ambiente-Paesaggio- Territorio, ad usarli abusarli e rapinarli in nome di una tutela che non trova risultato non certo solo a Nordest. Eppure nulla dovrebbe essere maneggiato con cura quanto il paesaggio, che secondo la Convenzione Europea in vigore rappresenta il più alto elemento di sintesi di un processo virtuoso tra progetto, cultura e comunità. Il paesaggio non è il villaggio con le casine, ma lo straordinario meccanismo sociale ed economico che si rappresenta in quelle casine; non è la vista della campagna coltivata, ma la relazione percepita che passa tra il contadino e i suoi mezzi di lavoro. Appunto, di lavoro. Ed invece il più delle volte viene evocato per nobilitare un percorso di indagine senza prove certe, come sinonimo di ambiente e territorio, cosa questa tipica della sindrome di Sherlock Holmes al contrario (quella giusta l’ha elaborata Franco Zagari) che fa procedere con idee poco chiare e confuse.
In modo semplice potremmo dire che il territorio si fa con le regole amministrative e le infrastrutture, l’ambiente con la chimica degli elementi cosmogonici e artificiali, il paesaggio con la cultura dell’uomo; che i tre producono effetti diversi ma restituiscono, se indovinati, la capacità dell’uomo di rappresentare la storia del proprio tempo.
Nel 2010 “The 6th annual World in Denmark conference” tenutasi a Copenaghen lancia il tema dell’As Found, del “come trovato”. E’ un chiaro invito su scala internazionale ad uscire dalla stagione del lutto a patto che il cieco processo di erosione dei terreni agricoli che danno vita a progetti di taglia XXL lasci spazio ad una nuova politica di riuso dei suoli, che può divenire uno strumento non solo culturale ma anche economico (perché obbliga a immaginare progetti che procedono omeopaticamente, per piccoli passi e condivisi dalle comunità interessate).
Sono riflessioni analoghe a quelle ricorrenti in Juan Manuel Palerm, quando richiama l’urgenza di “rinegoziare” il sistema di relazioni tra una comunità abitante e il proprio paesaggio attraverso nuovi atteggiamenti. Innanzitutto serve un nuovo senso collettivo, per cui il paesaggio diviene bene comune riproducibile grazie alle buone pratiche dell’uomo; il paesaggio si manifesta attraverso una dimensione intangibile fatta di suoni, luci e colori, non necessariamente di fatti costruiti; produce un’immediata dimensione culturale nel suo intorno che la comunità abitante deve saper riconoscere, tutelare (ora si…) e gestire. Non ha quindi vincolo di destinazione d’uso e nemmeno limiti, ma un concreto bisogno di progetti critici capaci di modificare il punto di vista sui luoghi che abitiamo. Senza questo continueremo a produrre musei sulle grandi figure territoriali lasciate dalla storia e a lasciare vacante il nostro contributo (3).

IL CASANNONE NON È UN INTRUSO
Giustino Moro lo ricorda nel suo intervento iniziale: “E’ il lavoro, nelle sue varie forme, che ha costruito e continua a costruire i nostri paesaggi”. Ciò accade soprattutto a Nordest, dove già nel Dopoguerra Governo e Confindustria si misero d’accordo per distribuire ricchezza favorendo lo sviluppo pulviscolare dei piccoli presidi produttivi; nasceva in quegli anni quella che ho già definito in altre sedi la “stagione dei casannoni” (4), una fase non di abusivismo privato (come alcune sirene di oggi lo vorrebbero marchiare) ma assolutamente pubblico e frutto di una lucida scelta politico-economica. Anche alcune e recenti leggi governative degli anni 2000 hanno aperto finestre di occupazione, più dei suoli che di persone, dotando le amministrazioni locali di un formidabile strumento (spesso il solo) per fare cassa e pareggiare i bilanci. Su quella stagione lascio voce allo scrittore Vitaliano Trevisan: “Non ci si pensa, ma tutti questi capannoni, anonimi e senza storia, subito abbandonati, a volte prima ancora di essere ultimati, qualcuno li ha costruiti. Spesso in fretta. Sempre in fretta. A volte addirittura più in fretta ancora, perché il mercato ha le sue esigenze, e a volte si dà il caso che si aprano in esso finestre temporali che vanno a tutti i costi sfruttate. Nella mia pur breve carriera di lattoniere, che si esaurì nell’arco di un paio d’anni, mi ritrovai nel pieno della corrente prodotta dall’improvviso spalancarsi di una di dette finestre – la famosa “prima legge Tremonti” (5).
Benvenuto capannone o casannone quindi? Tipologia che non esiste? Il casannone trova luogo in un territorio che ha scoperto la periferia ed oggi si interroga, tra il nostalgico e l’azzardato, su quale sia il paesaggio da creare. Nasce senza ordine ai piani bassi del fare, ma ciò nonostante sovverte e rende obsolete in pochi decenni le regole insediative e spaziali che per secoli avevano misurato l’organizzazione dei suoli. E’ stato “casa e bottega” a gestione familiare e perno vitale di quella figura sociale che con straordinaria intuizione Ulderico Bernardi definì “metalmezzadro”.
Con il casannone è come se yin e yang si fossero avvicinati oltre il limite che fa gridare al bello consolidato. Perché? Può invece, questa figura ritenuta responsabile dello scempio ai paesaggi di Cima e Bellini, questo luogo di metri cubi senza forma, in cui si è vissuto e prodotto senza sosta, rappresentare l’unità minima su cui fondare un generale rilancio della creatività progettuale? Enzo Rullani ricorda che spesso “il nuovo nasce in periferia ma si riconosce in città”, e se ciò è valso per marchi ormai divenuti planetari (Benetton, Diesel, Geox sono solo i primi e i più noti di una lunga lista) altrettanto può valere per la terra dei casannoni.

PAESAGGIO AL LAVORO
Sullo sfondo di questi scenari si colloca il percorso di buone pratiche che Fondazione Francesco Fabbri ha scelto di intraprendere affrontando l’organizzazione di un ciclo di workshop dedicato al tema dei capannoni a Nordest, con la volontà di dare un contributo concreto al programma di paesaggio nell’ambito della candidatura di “Venezia Nordest Capitale Europea della Cultura 2019”. Un ciclo che ha già visto svolgersi le prime due edizioni nel 2011 e 2012 e che rinnoverà, ampliandola, la ricerca nel 2013.
Nel 2011 Fondazione Francesco Fabbri ha promosso il workshop “Capannone senza padrone”, in collaborazione con Centro Studi Usine, Comune di Pieve di Soligo, Festival delle Città Impresa, Unindustria Treviso e molti altri partner territoriali. Vi hanno partecipato Università di Alghero, Università di Ferrara, Politecnico di Milano, Seconda Università degli Studi di Napoli, Università “Mediterranea” Reggio Calabria, Università di Siracusa, Università di Trento, Università di Trieste, Università IUAV Venezia, LO-FI Architecture, Cibic Workshop. Le aree di studio ricadevano nei comuni di Codognè, Colle Umberto, Conegliano, Follina, Pieve di Soligo, Sernaglia della Battaglia, Tarzo, Villanova di Camposampiero e Vittorio Veneto.
Il titolo “Capannone senza padrone” ha cercato di fugare ogni dubbio su quale sia l’attuale condizione. Il passaggio all’economia dei saperi si è sommato alle crisi incrociate degli ultimi anni e ciò ha messo fuori gioco moltissimi volumi industriali; la recente crisi del manifatturiero ha aggravato ancor più la delicata convivenza tra le comunità locali e i luoghi della produzione.
Vi erano presenti casi di capannone rurale in area collinare, capannone periurbano cinto da edilizia consolidata, capannone che impedisce il completamento dei tessuti sociali, capannone inadeguato a raccogliere le sfide in materia di risparmio e razionalizzazione energetica. Tutti capannoni senza padrone, dismessi in età troppo giovane per essere accettati da una cultura che li rifiuta e li denuncia; eppure così flessibili ad accogliere un alto paniere di funzioni.

Nel 2012 si è tenuto il workshop “A destinazione”, finalizzato allo studio dei pezzi di territorio che possono assumere valore lavorando su politiche di riuso e atteggiamenti critici di matrice Lo-Fi (a bassa definizione), azioni di omeopatia e non dosi massicce di medicinali o chirurgia invasiva. Oggi scegliamo una destinazione non solo per le bellezze che quel territorio ospita ma soprattutto per la vocazione di senso che esso esprime; e siccome il reflusso della crisi ci lascia in dote, come trovato, un territorio ne urbano ne rurale del quale definire caratteri misure e connotati, ora siamo obbligati ad interrogarci sulle nuove relazioni che possono determinarsi. Del resto dietro al paesaggio zanzottiano non si torna, ma nemmeno ci aspetta un territorio blade-runneriano, per cui può aver senso riflettere su un noto aforisma snozziano: “Ogni atto di costruzione prevede un atto di distruzione, distruggi con senno”. Pensare criticamente alla distruzione significa quindi pensare criticamente anche alla costruzione.
Il workshop “A destinazione” ha rappresentato il giusto rimbalzo e da esso sono emersi filoni di ricerca già oggi ad una fase successiva (penso al lavoro di IUAV, coordinato da Renato Bocchi e Luigi Latini, finalizzato a definire un sistema di porte sul paesaggio dell’Alta Marca collocate lungo l’asse viario che accompagna il Piave a nord del Montello). E’ stato nuovamente promosso in sinergia ancor più stretta con i soggetti territoriali. Vi hanno partecipato gruppi di lavoro provenienti da Cibic Workshop, Università di Camerino, Università degli Studi di Trieste, Università IUAV Venezia, Seconda Università degli Studi di Napoli, Università ULPGC ETSA Las Palmas de Gran Canaria e Università di Trento, Università di Catania, Politecnico di Milano, Università “Mediterranea” Reggio Calabria. Le aree di studio sono state: area ex Zanussi a Conegliano, Ex Alumetal-Montecatini a Rovereto Sud, tracciato della superstrada Pedemontana Veneta, strada provinciale da Vidor a Pieve di Soligo, tenuta H-Farm a Ca'Tron, Quadrante Tessera. E’ emerso che la destinazione deve essere prima di tutto “umana, cioè personale” (6), come la descriveva Pier Paolo Pasolini.

E il futuro? Valgono ancora le parole di Franco Zagari: “E’ finita l’era del capannone? No. Lo abbiamo, ora dobbiamo evolverlo. Dove sarà utile lo demoliremo, in qualche caso lo sostituiremo con un suo parente più consono ai tempi. Nella maggioranza dei casi, almeno in principio, si tratterà di adeguarlo a principi energetici attivi e passivi, e di renderlo più decoroso, con progressivi trapianti di pezzi o anche solo con interventi di lifting”.
Nel 2013 Fondazione Francesco Fabbri intende quindi rinnovare l’appuntamento di riflessione sul tema dei capannoni, perché è evidente che essi rappresentano un nervo scoperto nel paesaggio ancor più di tanti lotti residenziali venuti su con il senno di ieri pensando che il suolo del Nordest avrebbe subito un incremento demografico da accasare. Ma la casa è pur sempre e ancora un prodotto di scambio al mercato delle famiglie, mentre i capannoni trovano senso se una comunità operosa li riempie di senso; ed ora è proprio lui a mancare, e quella comunità a sbandare lungo una strada che si è fatta tortuosa.
Proprio una strada, la nuova Pedemontana Veneta attualmente in costruzione nel punto in cui il Nordest si fa contado di Venezia capitale (A. Bonomi), rappresenta oggi un campo di prova eccezionale su scala nazionale se solo si vorrà ascoltare cosa chiede la sua Comunità.
Il suo tracciato attraversa la fascia veneta dal vicentino al trevigiano come un destino, ma ciò non è bastato ad allocare nemmeno l’1% del suo budget per progetti di paesaggio. Eppure il costo è a oggi di 2.130 milioni di Euro, e dare soluzione al ruolo dei capannoni lungo la Pedemontana Veneta potrebbe rappresentare un impatto culturale paragonabile a quello che si insegue da anni con la Metropoli d’Olanda (un dottorato di ricerca del XVI ciclo al Politecnico di Milano ne ha tracciato i tratti). Già i contenuti di “Dietro il Paesaggio” che sempre Andrea Zanzotto licenziò nel 1957 anticiparono la percezione del fenomeno sprawl, ma rimasero lettera morta sotto una spinta che voleva-doveva modernizzare il contado ed affermare, lo abbiamo già detto, la stagione dei “casannoni”.
Che fare dunque?
Oggi “non è più attuale occupare spazio, occorre liberarlo” (P. Ceccon) (7), e infatti sono in itinere nuovi percorsi normativi finalizzati a congelare l’erosione di suolo agricolo (proposta del Presidente della Repubblica) e verifiche su una possibile legge dei “capannoni zero” (in Regione Veneto). Ma probabilmente servirà un concorso di antidoti, perché nonostante tutto proprio lungo la Pedemontana Veneta vi sono categorie economiche che, forse a ragione, dichiarano ancora esistente un fabbisogno di capannoni. Ma che fare se lo strumento del credito edilizio o di una Borsa che ne regoli l’uso sembrano essere ormai superati da una crisi immobiliare che li ha svuotati di valore? Che fare se nè può più essere evocata la forza di intervento del soggetto pubblico nè vale affidarsi ai volti solitari di nuovi impresari/imprenditori/immobiliaristi da Far West che hanno avuto strada facile con amministratori in cerca di quadrature di bilancio? E se l’unica alternativa economicamente possibile fosse lasciare tutto com’è e governare rovine contemporanee? Ecco allora che in questo deserto di occasioni tradizionali sembra avanzare una nuova stagione di ricerca, aperta coralmente a tutti gli stakeholders che sono in filiera: imprenditori, progettisti, amministrazioni locali, istituti bancari, fondi di private equity, società di gestione del risparmio e di recupero crediti. Essa può ambire a riprendersi il destino che un project financing (e una politica miope) gli nega.
Certo è complesso, ma il paesaggio, come la cultura, si offre come grande e unico strumento di manipolazione del senso che vogliamo dare al nostro tempo.

“Il nuovo nasce in periferia e si riconosce in città”.
Fu questa la frase di Enzo Rullani che feci mia, circa dieci anni fa, per caricare ingenuamente di senso un percorso di lavori e ricerche che andavo conducendo nelle terre marginali della Pedemontana Veneta, dove un combinato disposto di padri letterari e politica debole hanno creato infiniti tappi a qualunque tentativo di agire con nuovi linguaggi nei settori della cultura, del paesaggio e dell’architettura in genere.
Eppure quella è stata la terra delle città sociali di Valdagno e Schio, il buon ritiro di Carlo Scarpa (appunto un padre …) e il distretto della scarpa sportiva attorno a Montebelluna; è stata ed è la terra del Prosecco e di Permasteelisa, entrambi campioni di incassi nel mondo.
Eppure ci è voluta una Grande Crisi per convincere quel territorio a fare piazza pulita di molti alibi che hanno alimentato per decenni una crescita senza sviluppo.
E ci è voluto perfino un libro, Works di Vitaliano Trevisan, uscito da poco, per mandare definitivamente in soffitta mezzo secolo di società appesa con le mollette al filo sottile della propria storia. In quel libro (ma già anche in uno precedente, “Tristissimi Giardini”) l’autore ambienta le proprie scene in un paesaggio così come trovato, così come lo vuole la Convenzione Europea del Paesaggio: privo di retorica e specchio della trasformazioni consapevoli attuate dalle comunità abitanti. Non necessariamente “bello”, non necessariamente poetico, e soprattutto non più consolatorio, come invece lo era quello raccontato dai leader culturali precedenti (Zanzotto, Piovene, Parise, Rigoni Stern, …), sulla cui spalla ha pianto per anni un’intera classe dirigente, che con una mano costruiva facili accordi e con l’altra voltava le loro pagine quasi contenessero una litania popolare che si ripete per scacciare il nefasto.

Quindi grazie Trevisan, ma ora che fare?
Molto più modestamente avevo cominciato a proporre qualche anno prima un termine gioco che mi sembrava poter favorire alcune riflessioni mancanti in materia: “casannone”. Dicevo che il casannone (casa + capannone) non era un intruso voluto da loschi speculatori senza nome, ma l’esito fisico di una comunità operosa che nel dopoguerra chiedeva più o meno consciamente di procedere con metodo “barbaro” (quello che Renato Bocchi, nella prefazione a questo libro, recupera da un testo specifico di Gianfranco Bettin e quest’ultimo, a sua volta, da Goffredo Parise). Il casannone quindi era in sé un paesaggio, certo non quello accolto nel “pantheon” di prima, ma comunque l’unità minima di un disegno che ha retto per molto tempo le sorti economiche e sociali della Pedemontana Veneta. Il sociologo Aldo Bonomi ancora lo utilizza per introdurre la sua analisi a partire dalla solita domanda braudeliana: “Un territorio prima lo si pensa e dopo lo si abita, o prima lo si abita e dopo lo si pensa?”.
Ebbene l’epopea del casannone e quella dei più recenti “capannoni alla Tremonti” (quelli sorti un po’ dappertutto per effetto della legge omonima sulla defiscalizzazione degli investimenti immobiliari legati alla produzione), ma anche la domanda braudeliana di Bonomi, hanno mandato in confusione i ranghi di un discorso che invece ha urgente bisogno di solide definizioni dalle quali ripartire; perché questi sono i mesi in cui si discute di manifattura 4.0, cioè di un mercato della produzione che si misura con l’internet of things, e non è più possibile affidarsi a politiche territoriali che viaggiano a 0.4!

Dire Pedemontana in Regione Veneto è come dire Palladio a Vicenza, o Colosseo a Roma, o qualunque altro nome di luogo o persona che si è sganciato dal proprio significato d’origine ed è diventato una sorta di pass-partout a cui tutti s’appoggiano per attrarre un interesse. Dire Pedemontana significa infatti evocare temi diversi nel dibattito attuale: in taluni casi si fa riferimento alla grande Superstrada in costruzione, in altri alla nuova destinazione turistica individuata nella Legge Regionale sul Turismo, in altri ancora alla terra di mezzo popolata da partite IVA tra le montagne e la linea di medie città che gravitano sulla Dominante Venezia. Chissà poi quali altri temi nasconde un territorio sul quale si sono depositati moltissimi “strati” anche solo nella Storia recente. Sostengo questo non perché voglia richiamarli separatamente, ma piuttosto il contrario, perché ritengo urgente alimentare una nuova stagione capace di leggere attraverso gli strati, di interrelarli al fine di trovare un nuovo linguaggio ed anche una nuova ragione di bellezza.

Vi è che recentemente in questo corridoio compreso tra la valle dell’Agno e il Fiume Piave si sono manifestati contemporaneamente tre fenomeni spaesanti anche per un luogo fortemente radicato ed identitario come la Pedemontana Veneta: appunto il tracciato di cantiere della Superstrada Pedemontana Veneta (e relative fasce intercluse o vincolate al suo attraversamento), l’abbandono proprio lungo tale tracciato di molti insediamenti produttivi di nuova edificazione e il consolidarsi di nuove politiche di riuso finalizzate alla volontà di arrestare il consumo di aree agricole. Ognuno dei tre continua a dividere l’opinione pubblica, i decisori e i protagonisti economici in favorevoli e contrari, tanti sono gli effetti che scatena.
Ebbene è evidente che ciò accade perché siamo a una curva della Storia: si abbandona un alfabeto e se ne costruisce un altro, con un grande sforzo di reset e di ricomposizione dei linguaggi che utilizziamo per guardare e progettare i luoghi della modernità, compresi ovviamente quelli che abbiamo sottovalutato ritenendo che potessero restare ai margini dei nostri interessi. I luoghi del lavoro appunto, per i quali passa ancora una buona fetta identitaria del Nord Est.

In tutto questo cambiare rapidamente sono davvero poche le ricerche che si misurano su una riflessione sinottica, ed ecco spiegato il perché di un interesse profondo che lega Fondazione Francesco Fabbri a questi temi e, conseguentemente, all’assegno di ricerca promosso da IUAV con la Fondazione stessa, condotto da Matteo Aimini ed intitolato “Il progetto di paesaggio tra infrastruttura e riciclo. Nuovi territori in prossimità della Pedemontana Veneta”.
In esso vi si riconosce il giusto atteggiamento per far emergere proprio quelle letture sinottiche che ancora mancano nel dibattito e di cui invece si sente grande necessità. Letture necessariamente ibride, non gravate da padri culturali eccessivamente ingombranti e francamente oggi poco utili per declinare il Presente. Letture che sono cresciute con l’apporto di attività seminariali collettive e di verifiche con i decisori e gli operatori economici attivi nel territorio di ricerca (workshop “Seconda Natura”, Seminario di verifica del progetto “NordEst. I territori della Pedemontana Veneta”, Seminario intermedio di approfondimento “Verso la città paesaggio”). Letture nelle quali si cerca di dare strumenti sia a quella parte di dibattito a trazione culturale prevalente che considera negativamente il consolidarsi di una “metropoli diffusa” in Veneto, sia all’altra parte, più di matrice politico- industriale, che lamenta esattamente il contrario, e cioè l’assenza di una visione metropolitana organizzata. Ancora una volta due posizioni di visione opposta.
Nella ricerca di Aimini e IUAV si parla ad esempio di “banca dell’abbandono”, senza precisare che essa nascerebbe inevitabilmente come “bad bank” e che accederebbe di diritto al mercato dei titoli NPL (non performing loans) di cui oggi tanto si parla. Forse la dovrebbe precedere una “borsa dell’abbandono” finalizzata a verificare la reale esistenza di un mercato oppure, ancora prima, a gettare le basi per una nuova geografia che ancora oggi ci è tenuta in parte nascosta; perché i grandi numeri, se negativi, fanno paura. Ma in questo caso sono parte della nostra storia e come tali vanno accettati. Il costi di non farlo potrebbe essere perfino più alto del costo prodotto per generarli.

a cura di Sarah Amari

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